«La Moratti ha fatto bene Quel passato va ricordato»

Roma«Ma quale scivolone! La Moratti ha fatto benissimo! A noi, familiari delle vittime del terrorismo, non interessa solo la verità giudiziaria ma anche quella storica, politica e morale». A parlare è Potito Perruggini Ciotta, nipote del brigadiere Giuseppe Ciotta, ucciso a Torino da Prima Linea nel 1977.
Dottor Perruggini, la Moratti ha accusato Pisapia di estremismo. Una gaffe?
«Ma quale gaffe? Il sindaco di Milano ha fatto benissimo a ricordare il passato perché ha fatto conoscere l’humus nel quale è vissuto Pisapia».
Ma la sentenza parla chiaro: nella vicenda del furto d’auto Pisapia è stato assolto.
«Ma a me non interessa solo la verità giudiziaria. C’è anche una verità storica, politica e morale».
E a Pisapia cosa imputa?
«È uno dei tanti che, se non ha fiancheggiato, ha nuotato in quel brodo di coltura che per anni ha strizzato l’occhiolino ai terroristi».
E non glielo perdona.
«Non perdono il fatto che un certo mondo, contiguo all’estremismo di sinistra e spesso in posizioni di rilievo anche nel mondo dell’informazione, non ha contribuito a far luce su un pezzo di storia del nostro Paese».
La luce che ha fatto la magistratura non basta?
«È necessaria ma non è sufficiente. A parte il fatto che le sentenze sono emesse da esseri umani che possono anche sbagliare, restano le responsabilità politiche e morali. Io, per esempio, non ho mai smesso di ritenere Marco Donat Cattin responsabile della morte di mio zio».
Il famoso «comandante Alberto», figlio dell’ex ministro Dc Carlo e leader di Prima Linea?
«Esatto. Al processo è stato prosciolto ma lo considero ancora il mandante dell’omicidio del brigadiere Ciotta».
Perché fu prosciolto?
«Insufficienza di prove. Tuttavia partecipò alle riunioni in cui si decise di colpire mio zio. Per quell’omicidio venne condannato esclusivamente il killer, Enrico Galmozzi».
Che fine ha fatto?
«È stato condannato a 26 anni ma ne ha scontati in carcere soltanto la metà. Ora è un uomo libero».
Torniamo al caso Pisapia. Il suo passato estremista o quello di simpatizzante degli estremisti dovrebbe essere un’impedimento alla sua elezione?
«Guardi, all’epoca feci una battaglia per il caso D’Elia, ex dirigente di Prima Linea, eletto alla Camera nel 2006 ma condannato in primo grado a 30 anni per banda armata e concorso in omicidio».
Che fece?
«D’Elia aveva tutti i diritti di stare in Parlamento e per quanto mi riguarda avrebbe potuto fare anche il presidente di Montecitorio. Ma mi attivai per chiedere una legge sulla ineleggibilità dei condannati per terrorismo».
E?
«Nessun seguito. Ne parlai anche con Pisapia, quando però non era più parlamentare. Ci incontrammo nei pressi della Cassazione e scambiammo un paio di battute. Fu cortese, sorrise, ma non rispose alle mie domande. Violante invece...».
Ne parlò anche con lui?
«Certo, più volte. Un annetto fa mi disse “Non si può fare perché così si rischierebbe la persecuzione politica”».
Insomma, nel caso Pisapia-Moratti il sindaco di Milano non è andata oltre?
«Ha solo ricordato il passato dell’avversario. Come io ricordo che il partito grazie al quale Pisapia è entrato in Parlamento nel 1996, Rifondazione, nel 2007 non votò la legge che istituiva il giorno della memoria per le vittime del terrorismo».
E perché mai?
«Si astennero assieme ai colleghi del Pdci mentre il no global Francesco Caruso votò addirittura contro. E su questo punto la penso come D’Alema».
Ossia? Così mi spiazza.
«Nel 2008 disse testuale: “Un pezzo della sinistra ha la responsabilità politica di non aver saputo arginare il fenomeno del terrorismo. Ed è su questo che bisogna indagare più approfonditamente. Perché c’è una responsabilità politica che va al di là di quella penale”».