Moratti: «Io e Ibra così uguali ma il nostro leader è Mancini»

Il presidente: allo svedese piace la sorpresa e il dovere. Il tecnico? Una macchina perfetta. La festa come la favola del pifferaio magico

Con gli occhi di un uomo di sessant’anni ha rivisto la storia del pifferaio magico. L’altra notte a Milano. Una notte in cui dire: valeva la pena esserci. Massimo Moratti ha gli occhi che sfavillano, parla a sensazioni, libero e liberato. Entusiasta. Tre parole affiorano e riaffiorano: «Felicità, spontaneità, curiosità». Dice: «È stato bello vincere a Siena, perché la città, i dintorni, il suo verde sono bellissimi». Tutto fa quadro. Anche la cornice. Il resto a Milano: «Vedevo la gente avvicinarsi al pullman, sfiorarlo, inseguirlo, la coda che si ingrossava sempre più. Qualcuno ha vegliato dall’alto. Mi dicevano: stia attento. Macché! La felicità non fa male, solo l’atto violento porta violenza. E in quel momento ho rivisto la favola del pifferaio magico».
Una festa che aveva già visto con occhi da ragazzo, a 15 anni e poco più...
«Ho rivisto una felicità uguale. Anche allora non vincevamo da tanto. Era diverso il rito della comunicazione, ma la gente reagiva così. Quando chiedevo spontaneità pensavo a questo: tutto è più allegro, vivace, sincero. Ho visto sul motorino gente che di solito scende da una Mercedes».
Un modo per dimenticare qualche accusa magari ritenuta ingiusta?
«Per fortuna, spesso mi capita di dimenticare. Altrimenti dovrei vivere di rancori. Anzi mi facevano ridere quando ci vedevano burattinai di certe situazioni, perché tutto aveva altra origine. Il fastidio, quello vero, è stato vedere la critica continua alla società. Comunque e con qualunque scusa».
C’è stata qualche critica giusta?
«In genere, anche se mi arrabbio, le ritengo tutte giuste: cerco di capire, è sempre bene pensarci. Non mi piace la banalità. Ed io stesso cerco di non esserlo».
Nella felicità post scudetto c’è stato un continuo tornare sui pensieri cattivi. Tanto da chiedersi: ma perché? Suvvia goditi la gioia.
«Perché non posso dimenticare di aver perso un po’ della passione per questa lunga avventura, proprio a causa di queste brutte storie. Fingere di niente è come abbassare la guardia. Anch’io, mentre parlavo, mi meravigliavo di me stesso».
Parliamo di calcio? Personalmente è più vicino a un Baggio o un Recoba?
«Baggio, il più grande giocatore italiano che ci sia mai stato. Dopo Corso».
Da Skoglund a Ibrahimovic, c’è continuità?
«Li unisce la fantasia e la capacità di trasmetterla alla gente. Quella che piace e trasforma tutto in qualcosa di eccitante. Ibra da noi sta bene perché si sente ammirato. Ed è molto professionale. Mi ha detto: finché non vinciamo non mi opero. Poi mi dica lei, presidente».
Un giorno lei disse di Materazzi: tipico uomo da derby. Oggi?
«Rimane l’uomo delle partite decisive. Ha fatto un campionato perfetto e segnare nella partita più importante è fantastico per lui e la sua carriera. Poi non era facile tirare due rigori così».
Un nome, per dire il leader della squadra?
«Quest’anno c’è stata la grossa preminenza dell’allenatore. Ha creato ambiente e clima. Ha sapuito fare scelte con grande senso di giustizia. Mancini vero leader, vero capo».
In campo?
«Ibra, quello a cui era affidata la vittoria. Poteva esserlo anche Adriano se avesse trovato più equilibrio con se stesso. Ma potrà diventarlo. Zanetti è visto come un leader per serietà, volontà. Nessuno lo abbatte».
E lei a quale giocatore si sente più vicino per carattere, per il modo di intendere calcio?
«Ibra certo non mi spiace. Ha lo stesso piacere della sorpresa e un notevole senso del dovere».
C’è stato un momento in cui Mancini l’ha preoccupata?
«L’ho visto come una macchina perfetta, ha messo a posto tutto con strategia, tenacia, ha voluto crederci sempre. Invece, l’anno scorso, mi ero spaventato nel finale: avevo visto troppa superficialità nella squadra. Ma non era colpa sua».
Ora come rivede l’idea Capello?
«Era un dovere guardarsi in giro, poteva essere una soluzione drastica. Ma al di là del dovere, giusto continuare così: Mancini ha buona volontà, tenacia, grande serietà. È perfezionista. Ha estro. C’è il talento».
Suo padre l’avrebbe assunto?
«Ne abbiamo presi talmente tanti che certamente...».
Herrera, Bersellini, Trapattoni e Mancini, gli ultimi allenatori scudetto: hanno qualcosa in comune?
«Grande professionalità e amore per il calcio. Mancini è un vero innamorato. Herrera non si lasciava sfuggire nulla».
Mancini avrebbe voluto giocare in questa Inter...
«Ci sarebbe stato utile. Come Figo, che spero ancora di convincere a restare».
Cosa serve alla squadra?
«Sarebbe un errore cambiare troppo. Serviranno giovani che diano fiducia per il futuro. E credo si risolverà bene anche il caso Crespo».
Il pensiero ricorrente di questa stagione?
«Che non ci fosse Facchetti. Per lui e per me. Magari mi avrebbe tolto quel fastidio notato nelle mie parole: mi avrebbe rasserenato. Con lui eri sicuro di non finire mai nel calcio scandalo».
L’hanno impressionata le ultime sugli arbitri?
«Mi ha impressionato la loro fragilità davanti alla voglia di far carriera. Questo è un grande scandalo non si può far finta di niente. Anche se quest’anno mi sono sembrati pieni di buona volontà, con errori sani».
Peggio Ronaldo che va al Milan o Vieri che fa causa?
«Peggio Vieri. La storia di Ronaldo non è fantastica. Però... a distanza di tempo. Fa il professionista. Quello di Bobo è un discorso contro di noi, l’altro è legato al carattere».
Ha pronto un fioretto per il prossimo anno?
«Dicono che sono un presidente buono. Poi... faccio quei gestacci. Ma è ipocrisia pentirsi eccessivamente. Spero di non ripetermi».
Ha mai pensato cosa avrebbe fatto, se non avesse preso l’Inter?
«Cose bellissime, in dodici anni conquisti il mondo. Ma comunque l’avrei presa, inutile girarci intorno».