Moratti: l’Inter è fiducia Mancini l’aveva tradita

Il presidente nerazzurro volta pagina: "Ho pensato tante volte di non cambiare, ma con Roberto non era più come prima. E per non sbagliare ho preso il numero uno"

Camogli - A un certo punto sopra il golfo di Portofino sbuca un’automobile bianca dalla quale escono due Massimo Moratti e un cane, Lillo. Il primo Moratti è il presidente dell’Inter, quello che telecamere e microfoni aspettano al varco mentre lui porta a passeggio l’amico a quattro zampe che ha bisogno di sgranchirsi. Il secondo - Massimo - invece apparirà più tardi, dopo aver visto l’Altro destreggiarsi con i giornalisti parlando di Mourinho («È come se avessimo preso un grande giocatore»), Lampard, Deco, Adriano, Balotelli e il Milan: «Davvero li abbiamo superati per numero di tifosi? Per me era già così...». E sorride, per i numeri Nielsen che sono una parte del Workshop nerazzurro, ovvero un giorno con aziende collegate e sponsor per parlare di media e brand sotto la guida dell’amministratore delegato nerazzurro Ernesto Paolillo.
In sintesi: il primo Moratti dice che sì, è vero, il nuovo allenatore ha dato subito un riscontro mediatico internazionale, che se nei primi 10 giorni gli abbonamenti sono aumentati del 30% vuol dire che c’è molta curiosità: «Ma c’è anche il fatto che abbiamo vinto gli ultimi due, tre, scudetti». Poi: a Mourinho piace un sacco Lampard («ma questo non vuol dire che prenderlo sia facile, anche se credo che contatti con il Chelsea ci siano stati»), che sennò si proverà con Deco, che magari con Aquilani, ma che comunque sarà solo uno dei tre. Eppoi che Mourinho è davvero il numero uno, che Adriano tornerà e si vedrà, che 40 milioni di euro per Quaresma sono troppi, figuriamoci 80 per Cristiano Ronaldo, «anche se poi certe volte uno certe pazzie le fa». E che infine Ibrahimovic non si dovrà operare, che il suo rinnovo è fatto ma non a cifre pazzesche e che poi c’è Balotelli che ha capito che l’Inter è il posto giusto per crescere. E per vincere: «E io ritengo che il campionato sia fondamentale. Poi, sì, c’è anche il sogno Champions, ma lì è come tirare una monetina...». E di solito - tanto per dire - all’Inter esce croce.
Fin qui tutto come da programma, poi Moratti si riposa e Massimo sale nella stanza dove si parla di media e brand. E dove alla fine prende il microfono e - parlando a braccio - racconta forse come non mai la sua Inter. Eccola.

Responsabilità
«Io sono il presidente, quando parlo lo faccio a nome di tutti e sento molto questa responsabilità. Il mio lavoro è cercare di capire cosa è successo e cosa succederà, pensare che a volte, se si fa una cosa che altri non fanno, si può finire fuoristrada. Ma che nel contempo questo porta a risultati di carattere umano incredibili, perché magari quando vengono fuori certe vicende, com’è capitato nel calcio, quello che hai fatto vale di più».

Successo
«Quando scelgo e vedo che al pubblico piace è una grande soddisfazione. Per condurre una squadra come l’Inter bisogna mettersi al servizio degli altri, fare il meglio per chi ama la squadra come te. Non è una questione di successo economico, non ancora almeno, quello verrà in futuro magari. È una questione di cuore».

Tradimento
«I tifosi non sono solo i clienti, il calcio è passione. Per questo mi sono arrabbiato in passato, perché tradire il calcio e i tifosi vuol dire tradire qualcuno che crede in te gratis. Sulla fiducia non si può giocare e invece è stato fatto. Ed è la cosa più grave».

Passione
«È chiaro che non si può sempre accontentare tutti, ognuno ha le proprie idee e se si è tifosi è chiaro che si critica il presidente. Anche a me a volte è capitato di pensare istintivamente: “Ma il presidente non interviene?”. Poi mi sono ricordato che il presidente ero io e allora mi sono giustificato...».

Fututo
«L’obbiettivo è lo stadio nuovo, dare una casa a tutti gli interisti. Oggi le società usano molto i servizi esterni, ma io spero che presto potremo fare quasi tutto da soli, diventare bravi a gestire il nostro marchio. È un po’ come cercare l’allenatore giusto e io in questo sono specializzato...».

Bambini
«Ho capito cosa abbiamo fatto davvero con Inter Campus quella volta che sono stato in Iran, dove abbiamo alcune società a cui mettiamo a disposizione le nostre risorse per far crescere i ragazzini nei Paesi in difficoltà. Ero in uno stadio e la gente, appena mi ha visto, ha cominciato a chiamarmi e applaudirmi. Ma non perché ero Massimo Moratti, ma perché ero l’Inter e tutti si chiedevano increduli: “Ma perché ci aiutano? Perché l’hanno fatto?». Ecco, il bello è che ci sia questa domanda. E che a questa domanda non ci sia risposta».

L’Inter
«Il nostro obbiettivo è essere speciali e fare che i nostri tifosi siano speciali. Loro sono interisti e non di un’altra società. Loro, noi, siamo diversi».
Applausi. Pausa. Sigarettina. Ancora due chiacchiere, lì fuori con Lillo, quando Massimo e Moratti tornano lo stesso Presidente. Ci dica: ma quando parlava di fiducia e tradimento, va bene - sì - Moggi e gli altri, ma Mancini? «Sì, è vero, ma non di tradimento nei miei confronti, quello non importa. Dopo quello che è successo alla fine della partita col Liverpool è la squadra che si è sentita tradita, i giocatori che non sentivano più la fiducia nel tecnico. E io mi sono chiesto a quel punto cosa dovevo fare, se dovevo intervenire. Sa quante volte ci ho pensato? Sa quante volte mi sono detto: “Ma no, dài, lasciamo tutto così, Mancini resta”. Era la cosa più semplice da fare, in fondo...». E invece? «Invece alla fine ho pensato che era giusto cambiare, che non potevo tirarmi indietro. Mancini? Sì, ci siamo sentiti, credo ci sia la possibilità di evitare che quello che è successo finisca in tribunale. E credo che lui, passato un po’ di tempo, guarderà indietro e rivedrà tutte le cose belle che abbiamo fatto insieme. E sarà contento. Comunque, sa, non è stata una scelta facile: per questo ho deciso di predere Mourinho, il numero uno al mondo. Così so di non aver sbagliato...».
Lillo abbaia e approva, anche perché ha fretta di andarsene. In fondo è un po’ come per l’Inter: è proprio l’ora di ripartire.