Moratti non ha il quorum La Lega resta senza testa

Aveva raccolto consensi, ma poi sono arrivati i voti contrari della B. Ora rischio-commissario

Gian Piero Scevola

Una pessima figura, l’ennesima, quella fornita dai presidenti di serie A e B che ieri avrebbero dovuto scegliere il reggente dopo Galliani, un traghettatore comunque, che avrebbe dovuto consegnare tra due mesi la confindustria del calcio a un personaggio estraneo al football, un manager esterno con la funzione di super partes. Le indicazioni per il personaggio che avrebbe dovuto gestire l’attività ordinaria e indicare una rosa di personaggi esterni al mondo del calcio, era caduta su Massimo Moratti. E il patron nerazzurro martedì aveva accettato l’incarico, dopo una preriunione di presidenti in Lega, salvo poi ritornare sui suoi passi quando ieri mattina aveva letto certe considerazioni poco simpatiche di Diego Della Valle nei suoi confronti. Le insistenze però dei presidenti amici in assemblea l’avevano convinto ad accettare l’incarico.
Ma Moratti non aveva fatto i conti con i “moggiani”, i club amici di Luciano Moggi, coi quali il rapporto era molto stretto (Reggina, Messina, Siena, qualche società di B, tanto per intenderci). E così, alla prima votazione, quando erano necessari i tre quarti dei 41 presenti (assente solo il Bologna), Moratti veniva letteralmente umiliato con appena 22 voti ricevuti, mentre 8 andavano a Rosella Sensi e 11 erano considerati nulli tra schede bianche e nomi ad capocchiam. Uno schiaffo per il patron nerazzurro che lasciava subito gli uffici della Lega sbattendo sdegnosamente la porta, salvo poi ritrovare il consueto aplomb davanti alle telecamere e ai taccuini aperti.
«All’inizio ho negato la disponibilità, poi l’ho data, ma la cosa è difficile», il commento di Moratti. «Mi dispiace per la Lega, io spero che trovino qualcuno perché il momento è difficile. Io confermo quanto detto prima: non sono più disposto a candidarmi e mi sono ritirato dopo la prima votazione. I voti che mi hanno dato erano inutili. La cosa poteva essere anche simpatica, ma solo se fosse stata un’azione spontanea. Purtroppo c’è ancora molto calcolo intorno a tutto ciò, molto calcolo fra di loro». L’amarezza di Moratti è tangibile, ed è quel «loro» a far riflettere. Loro, i nemici di Moratti; loro, gli amici di Moggi, il passaggio è semplice e anche il petroliere milanese si deve essere accorto subito dell’inghippo nel quale si stava mettendo.
«Hanno la libertà di farlo e di scegliere chi vogliono», continua Moratti. «Hanno risposto alla mia volonta che era una non disponibilità e sono riusciti a confermarla. No, non sono deluso. Mi spiace perché ora la Lega dovrà dare un segnale forte: sceglierne uno ed eleggerlo subito, il fatto che anche in questo momento non si riesca a trovare qualcuno è “disperante”. Il governo ci aveva fatto un invito e questo invito è rimasto inascoltato. Bisognava trovare velocemente un accordo, indipendentemente dal mio nome, ma non è successo. Il commissariamento non è mai una bella cosa».
Già, il commissariamento è a un passo. Basta vedere come è andata la seconda votazione, dopo che Moratti se n’era andato e quando erano ancora necessari i tre quarti dei presenti: 10 voti per lui, 9 per la Sensi, 5 a Matarrese, 2 a Carraro e altri dispersi a Nizzola, Agnelli, Gazzoni, oltre a schede bianche. A questo punto l’impasse, con l’assemblea che iniziava a svuotarsi, i presidenti che se ne andavano (Zamparini, Cobolli Gigli, Sensi, Corioni, De Laurentiis) e i soli Cellino, Riccardi, Garrone, Pastorello e qualche altro volonteroso in riunione per cercare di salvare il salvabile dopo la figuraccia.
Con l’assemblea considerata comunque aperta, con la terza seduta prevista per l’8 agosto quando saranno necessari i due terzi dei presenti per eleggere il traghettatore. A meno che, per evitare un’altra fumata nera che comporterebbe l’arrivo di un commissario nominato da Guido Rossi (e questo sarebbe davvero il peggiore dei mali), quel martedì d’agosto non arrivi in Lega un «marziano» (come l’ha definito il legale rossonero Leandro Cantamessa), non più un traghettatore, ma direttamente il manager atteso da anni per rivitalizzare il calcio professionistico con nuove regole etiche.