Moratti-Pdl: finito un amore mai nato

Eletta da indipendente, poi il tira e molla della tessera di partito, infine l’amarezza sui banchi dell’opposizione

C’eravamo tanto a(r)mati. Un classico. Letizia Moratti lascia il consiglio comunale e si allontana dal centrodestra. «L’avesse fatto prima - aveva commentato alle prime avvisaglie Riccardo De Corato - magari avremmo vinto noi. E non Pisapia». Vecchie ruggini di un matrimonio celebrato a freddo. Nozze d’interesse che, a differenza di tante, non hanno retto alla convivenza forzata sotto uno stesso tetto. Anche oggi quello di Palazzo Marino, dove la Moratti ha dovuto lasciare il piano nobile e accomodarsi sullo scomodo scranno dell’aula dove era entrata di diritto in quanto candidato perdente al ballottaggio. E dove aveva costituito un suo gruppo: «Letizia Moratti».

Con Letizia Moratti capogruppo e Letizia Moratti unico consigliere. Il simbolo? Un cerchio nero con dentro una scritta: «Letizia Moratti», ovviamente. Nulla di illecito il Gruppo Moratti, ma la più plastica metafora della sua solitudine. Diventata ancor più evidente dopo la delusione della sconfitta. Perché la Moratti per il centrodestra è sempre stata un papa straniero. Mai un sussulto, mai il benché minimo cuore. Poco convincente anche quella tessera del Pdl presa dopo tanti tentennamenti e troppo tempo. Sul palco dietro piazza Duomo, in quel gelido 13 dicembre pensando che l’allora premier Silvio Berlusconi avrebbe annunciato insieme alla sua adesione, anche la ricandidatura. Non andò così. Tessera e basta. Pochi applausi e lo squilibrato che di lì a poco colpirà al volto Berlusconi con la statuetta del Duomo.

Fulminea fu, invece, la prima volta. Con Berlusconi che dopo settimane di nomi che giravano sul successore di Gabriele Albertini, spiazzò tutti. Moratti candidata. Uno sfregio che la nomenklatura del partito non le ha mai perdonato. Ex ministro autrice di prestigiose riforme, donna manager e presidente della Rai dopo le esperienze da imprenditrice, sembrava la persona giusta per non far rimpiangere Albertini, sindaco sobrio (molto prima di Monti) e concreto. Molto amato in città.

Affetto che, subito si vide, non riscuoteva la Moratti che sconfisse a fatica il candidato non certo irresistibile della sinistra, quel prefetto Bruno Ferrante pescato tra gli stucchi di Palazzo Diotti e che subito mostrò quanto poco si sentisse a suo agio in campagna elettorale. Come poco a suo agio si sentiva la Moratti che probabilmente dovette la sua elezione a Paolo Glisenti. Altro uomo lontano dal partito che in poco tempo le stravolse l’immagine. Avvicinandola agli elettori. Forse solo un’illusione ottica, visto come poi andò il rapporto con i milanesi. Perché (a torto o a ragione) i cittadini la Moratti l’hanno sempre sentita lontana. I suoi dissero perché impegnata a conquistare l’Expo. Effettivamente, e questo è un dovere riconoscerglielo, un’impresa per cui passerà alla storia e in cui lei solo credette fin da subito. Mentre gli altri si tuffarono sul carro vincente solo a trionfo avvenuto e a finanziamenti da incassare.

Per il resto ci sono troppi collaboratori scelti male (fatto che non si perdona a una donna manager) e l’invaghimento per il funambolico Vittorio Sgarbi, nominato assessore alla Cultura prima di cacciarlo per la mostra su Arte e omosessualità, con papa Benedetto XVI in tanga e calze autoreggenti. Chiusa ancor prima di aprire. Sgarbi se la prese e le dedicò il velenoso pamphlet Da Suor Letizia a Salemi.
Dopo l’incontro con Gianfranco Fini, c’è chi la vede veleggiare verso Fli. Ma anche vicina a Luca Cordero di Montezemolo. Lei smentisce. Fini invece no: «Mi auguro venga da noi». Ma su Facebook i finiani già si ribellano. Nel gioco dell’oca della politica, si riparte dal via. E la storia si ripete.