Moratti: "Più poteri contro le cosche"

Ieri Ilda Boccassini, procuratore aggiunto e capo della distrettuale antimafia, ha denunciato le connivenze degli imprenditori lombardi con le cosche. Oggi il sindaco replica

Più di seicento aziende denunciate dal Comune per contiguità con la malavita organizzata. Trentuno sentenze di condanna scaturite da queste denunce. È il bilancio che il sindaco Letizia Moratti ha portato ieri pomeriggio al dibattito, nell’aula magna del Palazzo di giustizia, sulla penetrazione mafiosa nell’imprenditoria e negli appalti milanesi. Un bilancio positivo, rivendica il sindaco. Ma ammette anche che le leggi non sempre danno strumenti sufficienti: «Io ho la possibilità, in quanto commissario straordinario per l’Expo, di escludere dalle gare le aziende che presentano offerte eccessivamente basse. Ma gli altri sindaci questa possibilità non ce l’hanno».
Non è stato, va detto, un dibattito rituale. Sul tavolo c’era una questione delicata e complessa: il rapporto delle aziende «pulite» con il mondo criminale, la loro permeabilità alle infiltrazioni di capitali sporchi, la loro pavidità nel denunciare taglieggiamenti ed estorsioni. È l’atteggiamento che Il da Boccassini, procuratore aggiunto e capo del pool antimafia sintetizza così: «Ogni giorno ci sono attentati incendiari a ruspe, aziende, camion. Eppure non è che davanti alla mia porta ci sia la coda di imprenditori che vengono a denunciare. Se vengono interrogati tutti dicono: non so spiegarmi, non ho mai ricevuto minacce». E ancora: «Esiste un tessuto delle nostre imprese che ha interesse a fare affari con le organizzazioni criminali».
Sulla scorta delle recenti indagini sulla penetrazione della ’ndrangheta, la Boccassini formula - come si vede - giudizi tanto autorevoli quanto severi. A fronteggiarli si è ritrovato il presidente di Assimpredil, Claudio De Albertis. E De Albertis ovviamente conferma la volontà del mondo imprenditoriale di collaborare con la magistratura nell’arginare la penetrazione mafiosa negli appalti. Ma poi solleva una serie di obiezioni non da poco. «L’unico documento che posso richiedere è il certificato camerale antimafia, che non dice nulla, non significa nulla, non serve a nulla». «Sento parlare di white list, liste di aziende affidabili. Ma le white list possono diventare lo strumento per la creazione di monopoli od oligopoli». «Oggi se un mafioso si infiltra in una azienda, è punita più severamente l’azienda infiltrata del mafioso». «Per denunciare ci vuole coraggio, tanto coraggio, e la maggior parte degli imprenditori non ce l’hanno». E infine: «È stata varata una norma che prevede l’esclusione dagli appalti per le imprese che hanno subito taglieggiamenti e non li hanno denunciati. I miei associati hanno iniziato a tremare. È una norma devastante».
La situazione, insomma, è difficile. La Procura chiede alle imprese di segnalare alla giustizia chi è in odore di riciclaggio («Dovete farvi confessori», dice Ilda Boccassini). Le imprese chiedono alla magistratura di essere lei a segnalare i nomi sospetti («Serve la loro circolazione delle notizie, la loro messa in rete»). Sull’obiettivo di fare pulizia, insomma, tutti d’accordo. Sulle modalità, un po’ meno.