Morbida o androgina per Versace e Ferrè la donna è una scultura

Milano - La forma è la sostanza? «Assolutamente sì - risponde Donatella Versace - nella vita come nella moda ci vuole una nuova attitudine formale». Da qui a dire che i matrimoni durano di più se ci si dà del lei e che il corpo femminile può essere crudelmente modificato per entrare nelle forme scultoree degli abiti, ce ne corre. La bionda signora del made in Italy crede nella vera libertà incapace di sconfinare nella licenza. Lo pensa anche Gianfranco Ferrè che è un gran signore asciutto e severo nei modi (quando perde le staffe fa paura, però questa è un’altra storia) che ha scelto come testimonial Skin, l’ex cantante degli Skunk Anansie: testa rapata e faccia da cattiva, ma voce d’angelo e stile impeccabile con un top tempestato da veri diamanti sotto allo spettacolare mantello in seta a fisarmonica.
Dare una forma alla morbidezza è la chiave di lettura delle collezioni donna per il prossimo inverno in passerella ieri a Milano. Anche Angela Missoni ed Ermanno Scervino hanno magistralmente lavorato su questo concetto che può cambiare la vita in tutti i sensi perché oltre ai modelli nettamente definiti proprio lì, a metà strada tra fianchi e seno, c’è un gran bisogno di rigore senza cadere nella rigidità. In questo senso la sfilata dei gemelli Dean e Dan Caten che insieme disegnano il marchio DSquared era come un pugno nello stomaco per l’inutile violenza delle scene in passerella. Le modelle uscivano infatti dallo stesso gabbione ispirato al film Mad Max che ha fatto da sfondo al defilé maschile dello scorso gennaio. E anche se alcune proposte non erano male (per esempio l’abito-parka in cashmere nero, molti accessori mutuati dallo stile punk e i tailleur avvitati), la vista di manganelli, museruole di cuoio o corsetti antiproiettile al posto dei bustier, dava fisicamente fastidio.
Non succederà niente del genere con i convincenti modelli Versace che accarezzano il corpo con delicatezza pur avendo forme molto decise: a clessidra oppure a campana. «È una collezione costruita, non costrittiva - dice Donatella - ci sono perfino imbottiture di crine e cuciture effetto-stecca quando il tessuto da solo non basta a sostenere la linea di certi capi. In altri casi è bastato accostare materiali diversi oppure rielaborarli per ottenere i risultati desiderati». Ecco infatti lo stupendo cappottino in piume pressate (un esclusivo tessuto tecnico giapponese) che dondola con dolcezza attorno al corpo pur cadendo a trapezio come una campana. C’erano poi pellicce di volpe scolpita a mano nei punti cruciali, mantelli in coccodrillo metallizzato e cincillà, ricami tridimensionali inseriti sotto la stoffa dei tailleur e una serie di spettacolari abiti da cocktail in maglia metallica ed elementi specchiati. Perfino i vestiti da sera con il microplissé definito da grosse catene in plexiglas nichelato comunicavano una nuova leggerezza alla precisa forma della colonna dorica. Anche la bella collezione di Ferrè dipende in gran parte dall’uso magistrale di tessuti speciali. Per esempio il cashmere albino (rarissimo per colore e morbidezza) pressato e ritorto in mille modi diventa un perfetto tailleur dalla giacca a kimono: impeccabile pur essendo più soffice di un’ala d’angelo. Indimenticabili gli abiti di leggerissimo lamè con lo sprone invisibile e soprattutto i vestiti da sera nella nuova seta che sembra plissettata ma è tessuta a telaio e mantiene le architettoniche forme sartoriali nella morbidezza più assoluta. Angela Missoni punta piuttosto sulle alte cinture per sottolineare con il punto vita il radicale cambiamento della sua moda. Le fantasie tipiche della casa si sfumano senza sparire perché si trovano nuovi grafismi proprio nell’alto cinturone fatto da piccoli listelli in cuoio. Scervino utilizza invece il punto smock che assottiglia la vita, trattiene l’orlo, decora le maniche e puntualizza soprattutto la silhouette della magnifica pelliccia in vacchetta, dei piumini e perfino delle borse. Cosa c’è di più gentile del classico ricamo degli abiti infantili di una volta?