Il morbo di Gehrig non fa sconti Addio a Lombardi, capitano vero

È stato il simbolo dell’Avellino Divorato dalla Sla come Signorini

Avellino è in lutto, il «capitano» se n’è andato per sempre. Adriano Lombardi non ce l’ha fatta; ha lottato come fece sul campo in quel lontano 1979 quando trascinò gli irpini per la prima volta in serie A, ma questa volta il destino era segnato, la maledetta sla, meglio conosciuta come morbo di Lou Gehrig, se l’è portato via ad appena 62 anni. Il «rosso di Ponsacco», diventato personaggio simbolo della città irpina, prima come giocatore e poi come allenatore, si è spento ieri mattina nella sua abitazione di Mercogliano. Da tempo era ammalato di sclerosi laterale amiotrofica che gli aveva, lentamente ma progressivamente, divorato i muscoli e inibito anche i più semplici movimenti. Eppure Lombardi, pur essendo a conoscenza dell’irreversibilità del suo stato, ha affrontato la terribile malattia con dignità e coraggio esemplari.
Un altro «capitano» se ne va, proprio come il genoano Gianluca Signorini, scomparso nel novembre 2002 e diventato simbolo della lotta al morbo di Gehrig. Una lunga serie di calciatori degli anni ’60 e ’70 colpiti da una malattia colpevolmente ignorata per troppo tempo e che potrebbe avere un collegamento con l’uso presunto di sostanze illecite. Escluse però nel 2001 dalla stessa vedova Signorini, quando venne ascoltata dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello (che aveva aperto un fascicolo e che ieri ha acquisito anche la documentazione e le cartelle cliniche di Lombardi): «La malattia di Gianluca è purtroppo soltanto il frutto del destino». In quell’inchiesta finirono anche alcune dichiarazioni inquietanti del tecnico Giovanni Galeone: «Mi ritengo un miracolato. Con tutti i prodotti che ho assunto a 20 anni, devo essere contento di essere vivo».
Ma a escludere il collegamento tra il morbo di Gehrig e il calcio, ci fu anche Lombardi un paio di anni fa: «Giocavamo una volta la settimana e non c’era necessità di aiuti di quel tipo. Poi ho giocato 18 campionati e circa 500 partite: vi assicuro che se mi avessero dato, anche a mia insaputa, medicinali non consentiti, me ne sarei accorto appena messo piede in campo o subito dopo la partita. Questo non è mai avvenuto». Peccato che il morbo maledetto non abbia avuto pietà e, dopo Signorini, ancora una volta l’appello «capitano, mio capitano» si è spento nel pianto di un’intera città e di tutti quelli che amano il calcio.