Moreau: "A 83 anni torno a fare la regista"

L’attrice è di nuovo innamorata del set: "Sarà un film sugli ultimi giorni di Maria Antonietta". E guardando al futuro dice: "Ho fatto di tutto, ma alla mia età posso sedurre soltanto la morte" I maestri? "Elia Kazan e Simone Signoret hanno segnato la mia carriera"

«Il pubblico di Spoleto non ha apprezzato il fatto che, nel mio spettacolo, non ci fossero i sovratitoli in italiano e ha espresso clamorosamente la sua disapprovazione. Perché, invece di fischiare, non me ne ha chiesto la ragione? Gli avrei spiegato nella vostra lingua che la poesia non si traduce e che i versi, soprattutto quelli di Jean Genet, sono una musica infor­male che si spiega solo col ge­sto ». Jeanne Moreau è afflitta. Il celebre viso che Orson Wel­les, ai tempi di Storia immorta­le , definì «una via di mezzo tra l’uragano delle Azzorre e la tie­pida brezza di Montmartre» oggi ripiega sul tenue riso di­sfatto che Joseph Losey immor­talò in Eva , l’unico film girato in Italia dal grande regista. Glielo dico e la musa del cine­ma che, nel corso della sua lunghissima carriera, è passata da Truffaut a Peter Brook fino ad approdare prima a Fassbin­der e poi a Wim Wenders scop­pia in una squillante risata. «Vorrei ancora parlarle del te­sto che ho appena recitato dato che, per la prima volta nella mia vita, non sono né un uomo né una donna».

È stata una decisione improv­visa?
«No, una decisione meditata. A mio avviso Le condamné à mort anche se il protagonista Maurice Pilorge è un giovanot­to che, all’alba della sua esecu­zione, si congeda dal mondo in un lessico magnifico e strazian­te degno di Rimbaud è l’esem­pio tragico della condizione umana. Per questo ho scelto di interpretarlo: a ottantatre anni la sola seduzione che un’attri­ce può esercitare è il confronto tra noi e l’al di là».

Non le sembra di essere atro­cemente pessimista? A ot­tant’anni Borges scriveva an­cora i suoi capolavori e la sua collega Edwige Feuillère esu­mava addirittura La dame aux camélias.
«Ma loro erano dei geni, io solo un testimonial dell'arte, non trova?».

Non si direbbe, visto che sta per dirigere il suo quarto film. Vero o falso?
«Ahi ahi, ha messo il dito sul­la piaga! E dire che avevo giu­rato di non mettermi più dietro la macchina da presa dopo...».

Dopo che cosa?
«Dopo L'adolescente l’unico film che riconosco mio».

È la pellicola che strappò un grido d’ammirazione a Elia Kazan?
«Glielo proiettai in seduta privata a Karlovy Vary. Un’ele­gia sulla vecchiaia dove l’ado­lescente del titolo che, a quel­­l’età, si crede immune dalle in­giurie del tempo scopre nella nonna l’unica fonte di cono­scenza. Superfluo dire che quel personaggio era interpretato da Simone Signoret che si di­chiarava, come me, una so­pravvissuta».

Sopravvissuta a cosa?
«Alla bellezza che, prima di tramontare, ci regala l’acre profumo dell’intelligenza».

Torniamo al presente. Anzi, al futuro.
«Abbiamo sfiorato l’argo­mento proibito del quarto film, no? Ebbene le confesserò che accanto a Josée Dayan girerò un instant movie sugli ultimi giorni di Maria Antonietta. Sa­rà un bianco e nero in presa di­retta con due sole eccezioni».

Quali?
«L’inizio e la fine saranno a colori. Dove io, mi perdoni l'impertinenza, nelle vesti di Maria Teresa d’Austria che mi interrogo sull'avvenire di mia figlia mentre alla conclusione crollerò a terra gridando al pubblico Merci. Vuol sapere perché?».

Prego.
«Merci per avere vissuto fino all’ultimo la propria leggenda. Un destino che ci accomuna tutti, non crede?».

E i rimpianti, madame, non ne ha nessuno?
«Un film mancato come La veneziana scritto per me da Scaparro dove sarei stata anco­ra una volta vittima di Eros, il dio più malizioso che esista».