Moreau bizzosa e Bassett sexy Le star viste da dietro le quinte

Venezia «Jeanne Moureau era a fine carriera e in quel film aveva una particina. Prima d’incontrare i giornalisti era nervosissima: pur di avere i titoli di testata avrebbe sparato».
«Sedute fianco a fianco, per presentare il film sulla biografia della rockstar c’erano Angela Bassett, giovane e bella, che la interpretava, e lei. Quando cominciò a parlare Tina Turner e la sala ammutolì, capii che cosa stregava le folle».
«Nel 1982 il maestro Joseph Losey era già malato, l’anno dopo sarebbe morto. Indebolito, mi chiese ospitalità in ufficio e si accasciò sulla poltrona. Ma una volta davanti ai giornalisti sembrava un leone. Era così per tante star. Ornella Muti, per esempio: piccolina. Una sultana che sapeva attrarre ogni sguardo e curiosità».
Settant’anni ben portati, Adriano Donaggio, una miniera di aneddoti, è stato per sedici direttore della comunicazione della Biennale. Ha visto star nevrotiche, capolavori annunciati e fischiati, direttori artistici di varie specie, acerrime rivalità tra festival. Come quando gli emissari di Cannes lo sondarono per capire se la Biennale era favorevole a scambiare le date spostando Venezia in maggio. «Sarebbe stato un disastro, settembre è perfetto per Venezia», ricorda Donaggio. «Il presidente Portoghesi era in America. Il direttore Biraghi non voleva esporsi. Allora chiamai il ministro del Turismo Carlo Tognoli che non conoscevo. Il quale rilasciò una dichiarazione che spense ogni entusiasmo francese». Erano anni complicati (raccontati anche in Biennale di Venezia. Un secolo di storia, Giunti editore), in cui le contestazioni imperversavano e la concorrenza degli altri festival cresceva. «Cannes costruiva alberghi, noi avevamo sempre gli stessi. E ora più nemmeno quelli». Eppure, cascasse il mondo, ad un certo punto della giornata Donaggio spariva per un salutare bagno, però lontano dalla spiaggia dell'Excelsior. «Se devi trattare con registi e produttori meglio non farsi vedere in mutande», si giustifica.
Ora, archiviata la 68ma edizione con un verdetto che non ha entusiasmato nemmeno lui («le giurie sono un mondo a parte, io avrei dato un premio collettivo per la recitazione ai quattro attori del film di Polanski») arriva anche la sua promozione: «Tanti film di qualità alta, il ritorno di un cartellone di genere. Conta l’idea di fondo: una Mostra del cinema come una grande libreria alla quale ognuno attinge per costruirsi la propria biblioteca».
Adesso che si ragiona sulla nomina del futuro direttore artistico, Donaggio ripassa in rassegna tutti quelli con cui ha lavorato. Carlo Lizzani, direttore dal 1977 all’82: «Un mediatore finissimo. Portò la Mostra fuori dalle polemiche tra contestatori e conservatori. Reintrodusse i leoni che erano stati aboliti».
Gianluigi Rondi, 1983-1986: «Acutissimo nel valutare gli uomini, uno stratega. Aveva senso del gioco e del potere, meno della Mostra come festa. Ricordo che, per tastare gli umori, cenava sempre al tavolo vicino a quello di Natalia Aspesi e Lietta Tornabuoni».
Guglielmo Biraghi, 1987-1991: «Un direttore di grande stile, forse troppo diplomatico e poco competitivo con gli altri».
Gillo Pontecorvo, 1992-1996: «Un leader, che sapeva essere seduttivo. Capì che senza gli eventi attorno alle proiezioni, la Mostra non era vitale».
E Marco Muller, 2004-2011? «Muller ha una grande capacità di scegliere i film, di lanciare cineasti che piacciono al pubblico. Pensiamo a Ang Lee o a Darren Aronofsky. Inoltre, nell’era della globalizzazione ha aperto l'Europa al cinema orientale. La Cina è il più importante mercato globale. In un momento così, a parte che trovare un direttore di festival del cinema è tutt’altro che facile, rinunciare a uno come Muller sarebbe un errore grave».
Sul futuro della Mostra Donaggio è ottimista. Ma consiglia di archiviare il Palazzo del cinema che costerebbe molto e verrebbe sfruttato poco perché il Lido non è vivibile da ottobre a marzo. «Se si vuole realizzare una struttura disponibile anche per congressi la si deve fare nella gronda lagunare, facilmente raggiungibile dall’entroterra, come osserva il governatore Zaia. Non dobbiamo dimenticare che il cinema è l’unica arte davvero marxista: l’economia è la struttura, l’ideologia è la sovrastruttura». Per andare avanti, Donaggio guarda indietro: «La Mostra nacque da un impulso economico, non artistico», osserva. «All’inizio degli anni Trenta il conte Volpi di Misurata, proprietario della Compagnia Italiana Grandi Alberghi disse: “Il Lido è stanco. Facciamo qualcosa”. E nel 1932 nacque la Mostra: governanti e industriali se ne dovrebbero ricordare».