Moretti: «Che difficile spiegare il mio Caimano agli stranieri»

Presentato il film del regista romano che lamenta lo strapotere sui media di Berlusconi. «Lei ha ricevuto pressioni per non farlo?» gli è stato chiesto. «No, mai»

Stenio Solinas

nostro inviato a Cannes

«È molto difficile spiegare l'Italia agli stranieri» dice Nanni Moretti. «Se gli parli di centro-destra e di centro-sinistra, sono già in affanno: “Perché non Destra e Sinistra?” ti chiedono».
Il regista del Caimano, accolto con successo al 59° Festival di Cannes, ha ragione: siamo un Paese complesso nel quale pure noi che ci stiamo dentro fatichiamo a capire come uscirne, ma forse bisognerà pure una buona volta ammettere che di questa complessità siamo un po' tutti responsabili. Lui compreso.
Spieghiamoci con qualche esempio. Nel bel film di Moretti (perché è un bel film, ironico e a tratti commovente, forse non completamente amalgamato nelle parti che lo compongono, ma riscattato dalla recitazione) «un produttore che da dieci anni non lavora non trova di meglio che una esordiente per raccontare la vita del più importante e discusso politico italiano». Detto in altri termini: solo a un fallito e a una principiante può venire un'idea simile, e solo gente così può portarla a termine. Gli altri, tutti gli altri, se ne guardano bene. Questa l'impressione che la finzione cinematografica comunica allo spettatore straniero. Nella realtà però non è così: nell'Italia reale uno dei più famosi e bravi registi italiani e uno dei nostri più importanti produttori si prendono l'onore e l'onere di una scelta del genere: il film esce, piace, ha buone critiche, va a Cannes...
Facciamone un altro. Se l'Italia cinematografica ha alla sua testa un Caimano che mangia tutto e tutti, sorge spontanea la domanda di chi nell'Italia quotidiana non vive: «Ha ricevuto minacce e pressioni a non farlo?». «No, mai» è la risposta.
Terzo e ultimo esempio. Il finale del film evoca lo scenario sinistro di una sorta di sollevazione popolare, di parte e ispirata ad arte, in difesa del proprio leader condannato dalla magistratura. Tuttavia Il Caimano arriva a Cannes con il governo Berlusconi sconfitto alle elezioni e il governo Prodi al suo posto, uno scenario certamente sinistro, se uno pensa al neoministro Pecoraro Scanio che ride come una jena a un funerale di Stato, ma di fatto, alla luce di quel finale, surreale. Moretti prova a replicare: «Per 15 giorni la sconfitta è stata negata, il risultato non è stato riconosciuto, si è parlato di brogli, in pratica si sono delegittimate le istituzioni. Sono ferite gravi nella vita civile di un Paese, non facilmente rimarginabili». C'è del vero, ma non c'è proporzione fra i due scenari. E forse vale la pena di ricordare che la sinistra comunista, para o post che fosse, diede dello psicolabile all'allora presidente della Repubblica Cossiga e si attivò per il suo impeachment: cosa era quello, rispetto dell'alto ruolo del capo dello Stato? Quanto a Berlusconi, non era già stato sconfitto, anche allora senza barricate, nel 1996?
Il fatto di essere un Paese complesso è acuito dal fatto che Moretti per primo non ritiene di aver fatto un film solo o soprattutto su Berlusconi. E non si ritiene nemmeno un regista, per così dire, impegnato. «L'impegno del cinema è fare buoni film, non convenzionali. Il regista che vuole far prendere coscienza allo spettatore, orientarlo, di solito fa brutti film».
E infatti Il Caimano funziona proprio per questo, perché racconta un'Italia dove il bene e il male sono intrecciati ed è più simpatico il produttore Silvio Orlando che Forza Italia l'ha pure votata, del cialtronesco attore Michele Placido che non si è mai perso un corteo di protesta ma è più sensibile ai quattrini che ai princìpi. E anche tutta quella Italia fintamente alternativa e tuttavia borghese, fatta di slow food, prodotti naturali, inseminazioni artificiali e coppie non tradizionali è resa ironicamente, con l'occhio di un conservatore a disagio nel nuovo che avanza. Perché, complessità nella complessità, Moretti è un reazionario nostalgico di un'Italia che non esiste più, in cui i genitori non si separano, i figli non hanno i videogames, le televisioni sono in bianco e nero, i telefonini non esistono, prigioniero suo malgrado di un rapporto sadomasochista con quella ipermoderna, iperconsumista, ipertecnologica, iperlibertaria, genericamente «de sinistra»... «Io non mi sento il regista-simbolo della sinistra che fra l'altro ho abbondantemente preso in giro per nove film».
Siamo davvero un Paese complesso da capire. Vai a spiegare a uno straniero che il «conflitto di interessi» di un premier-imprenditore, «un caso unico e incredibile in Europa», era così prioritario che nei suoi cinque anni di governo la sinistra non trovò mai il tempo e la voglia di regolarlo. «Siamo un Paese senza memoria» dice Moretti. Appunto.