Moretti critica la Festa, Rutelli e i registi militanti

"Programmare una rassegna tra la Mostra di Venezia e il Torino Film Festival è stato almeno inelegante"

Roma - L'esordio, con rapida presentazione del suo primo Torino Film Festival da direttore, è all'insegna del basso profilo. «Se avete domande... Se non ce l'avete, meglio», sussurra. Ma basta poco per risvegliare la nota perfidia morettiana. Gelida, allusiva. Un cronista fa la domanda giusta: «Ha dovuto rinunciare a qualche film?». Lui, un Nanni Moretti di buon umore, asciutto, pullover sotto la giacca, non si fa pregare. Che la Festa di Roma sin dall'inizio non gli piacesse era cosa nota, ma farci i conti da direttore di un festival rivale è un altro paio di maniche. E dunque scandisce: «Come sapete, un mese prima di Torino c'è un'altra manifestazione cinematografica... È successo, naturalmente, che certi film non li abbiamo nemmeno visti. Altri c'erano piaciuti, come l'americano Juno e il cinese Li Chun, ma sono finiti alla Festa. Noi avevamo scelto un cartone animato francese, Paura del buio. Pure quello è andato a Roma, dove l'hanno mandato allo sbaraglio. Badate, non lo dico io, lo scrive Paolo Mereghetti».

Il tono è ironico, a tratti sferzante. Infatti scherza sul calendario. «La mia è una valutazione oggettiva, non voglio far polemiche (vabbè, ndr). Resta il fatto che prima di novembre c'è ottobre. E prima di ottobre, settembre. Se la Festa fosse solo una parata di grandi star, potrei capire. Ma c'è il concorso, la sezione Extra... Diciamo che mettersi tra una Mostra che ha compiuto settantacinque anni e un festival che ne compie venticinque non è stato, per usare un eufemismo, un gesto molto elegante». Poco apprezzeranno Veltroni & Bettini. Ancora meno Rutelli, al quale Moretti dedica un'altra staffilata: «L'anno scorso, ancora non m'era stata fatta la proposta, si svolse una riunione al ministero con i responsabili di Venezia, Roma e Torino. Un comunicato, riportato senza ironia da alcuni giornali, assicurò: “Soluzione trovata, spostata avanti di cinque giorni la Festa”. Per un po', ho finto di credere che ci fosse spazio per tutti e tre. Poi mi sono scocciato. Ho rispetto del mio tempo, riunioni del genere me le risparmierò».

Quasi scoppia l'applauso al Nuovo Sacher, tempietto del cinema d'autore, pieno in ogni ordine di sedie. La cartellina stampa, simile a un morettiano bloc-notes, la copertina che riproduce il colorato manifesto con le date 23 novembre-1 dicembre, è ricolma di informazioni. Ma Torino non è Venezia o Roma. Può contare su un budget di 2 milioni e 800mila euro, la forza del festival non viene dai divi americani, dal concorso o dalle anteprime mondiali. La vera star è lui, Moretti, gran confezionatore di eventi, uomo-immagine del Tff. Non a caso una locandina del rinnovato festival torinese, diffusa a Cannes e Venezia, ritraeva il suo volto, in rosso su campo grigio, con sotto la scritta autografata: «diretto da, dirigé par, directed by... Nanni Moretti».

Poi certo, impegnato nelle riprese di Caos calmo di Antonello Grimaldi, di cui è protagonista, s'è fatto aiutare da un piccolo team di collaboratori guidato da Emanuela Martini nel mettere a punto il menù. Dove spiccano gli omaggi a John Cassavetes e Wim Wenders, il concorso composto da dodici film e il Panorama italiano con l'anteprima di Lascia perdere, Johnny di Fabrizio Bentivoglio, starring i fratelli Toni e Beppe Servillo, allietata da un concerto degli Avion Travel.

Inutile dire che, nobilitati dalla scelta morettiana, alcuni dei titoli selezionati, benché respinti da altri festival, appariranno come nuovi, nuovissimi. Il regista-direttore lo sa. Ci gioca pure sopra. «Le anteprime mondiali? Non le abbiamo contate. In fondo basta che i nostri film siano inediti per l'Italia». Così come ironizza sulla propensione, tutta giornalistica, a cercare un filo rosso, a identificare una tendenza. «La pace, la guerra, il sesso? Non saprei proprio. Chiaro che a Torino non porto solo il mio nome o la mia faccia» (però ha firmato per un anno, rinnovabile ndr). Ce n'è anche, pare di capire, per il movimento dei Centoautori: «È giusto che si facciano convegni per chiedere nuove leggi. Ma non mi piace parteciparvi. Preferisco fare, lavorare, produrre, aiutare un cinema meno pigro e convenzionale». Infine una confessione: «La selezione migliore? Quella coreana. Ho esitato a dirlo, temevo di sembrare Fiorello che mi imita». Già.