"Morirò in piedi", Oriana Fallaci diventa pure un film

Dal libro di Nencini, testamento morale della scrittrice, una pellicola che racconta i suoi ultimi giorni

Se si è titolari, volenti o nolenti, di una vita che somiglia a un film, prima o poi qualcuno ci pensa su e il film lo fa davvero. Con la nostra Oriana nazionale, tutto questo va da sé. Notizia di ieri, infatti, quella dell’imminente realizzazione di un lungometraggio tratto dal libro di Riccardo Nencini Oriana Fallaci. Morirò in piedi (Polistampa, pagg. 80, euro 6, già alla quarta edizione e opzionato nella sua versione inglese da Mosaic Press per Usa, Inghilterra e Canada). La regia sarà di Roberto Petrocchi, autore di L’ombra del gigante (con Margherita Buy), Illuminazioni e Abbandonarsi alla quiete. La sceneggiatura, ricca di flashback, è quasi ultimata, mentre il contratto definitivo è pronto alla firma. Si tratta di una bella sfida: il libro racconta gli ultimi giorni di vita, a Firenze, dell’autrice di Un uomo (altro titolo di cui Fandango, pochi mesi fa, ha acquisito i diritti cinematografici. La stessa casa di produzione che sta sceneggiando, a firma Rulli e Petraglia, una fiction sulla scrittrice).
All’epoca, due mesi prima della morte, avvenuta il 15 settembre 2006, la Fallaci incontrò per una lunga conversazione privata, durata otto ore (un intero pomeriggio e una sera), Riccardo Nencini. Morirò in piedi, ci racconta Nencini, «è solo la punta dell’iceberg di tutto quel che ci siamo detti. Ne esce comunque un’Oriana meno ostica e puntuta di quella che in generale conosciamo. Più intima, generosa e femminile. Offri caffè e panini dalla finestra della casa del suo medico, dove eravamo quel giorno, alla mia scorta (Nencini è stato più volte minacciato per la sua attività politica, ndr) e mi suggerì tra le righe anche il titolo del libro: Emily Bronte, mi disse, morì sbucciando patate, io invece morirò in piedi».
Insieme, la Fallaci e Nencini toccarono gli argomenti sensibili di quel momento, che poi sono gli stessi di oggi: l’Occidente, l’Islam, le moschee, il ruolo degli Usa e quello dell’Europa. Metterli in immagini, intervallandoli con momenti biografici, sarà compito di un’arte sottile. «Vedremo come fare – ci dice il regista Petrocchi -. Per adesso siamo ancora alle parole, in una fase, per così dire, cinematograficamente embrionale».