Morire democristiani? Per vivacchiare gli ex-ds del Pd si sono già convertiti

Non solo Franceschini: un'analisi del politologo Pombeni dimostra che persino nella roccaforte rossa emiliana candidati di provenienza Margherita fanno la parte del leone. Ai poveri ex-post-comunisti, già falliti a livello centrale, non resta che vivacchiare in un partito cattolico

Finora si sapeva che non volevano morire democristiani. Ma viverci, da democristiani, sì. Molto. Fin dalla caduta del Muro di Berlino, e poi con la cocente sconfitta dei «Progressiti» nel '94 (ricordate? «la gioiosa macchina da guerra» di Occhetto), la nomenklatura comunista e post-comunista ha sempre immaginato di imparare dalla classe dirigente della Dc l'arte di governo, per poi, preso il palazzo d'Inverno, disfarsene. Dopo aver dovuto indossare la foglia di fico di Romano Prodi, nel '96 la prima volta, i giovani (all'epoca) e rampanti diessini approfittarono delle prime difficoltà governative per cercare di disfarsene. Fu un famoso motto di Massimo D'Alema («Noi della sinistra, figli di un dio minore») ad aprire la stagione che rivendicava la leadership per il gruppo dirigente che s'era fatto le ossa nel Pci. Con una congiura di Palazzo arrivò per Baffino anche Palazzo Chigi, ma fu una cocente delusione. Nel frattempo, come nella barzelletta del Colosseo, dove i leoni vengono sbranati dai demo-cristiani, anche i leader ds hanno dovuto man mano moderare le richieste e ridimensionarsi di fronte alla lenta ma inesorabile ascesa dell'egemonia cattolico-margheritina. Per amore di potere, in questi anni, gli ex ds hanno dovuto mordersi la lingua e mangiarsi il fegato, sempre sicuri che sarebbe infine arrivato il loro momento. Sono quindi stati costretti a subire l'abbraccio (fatale e un po' pruriginoso) dei post-dc, in quello che era il progetto del Partito democratico. Tutti, tranne uno: Walter Veltroni. Essendo il più cattivo e anche uno dei più ambiziosi, il mitico Uolter aveva aggirato il problema dei suoi coetanei: meglio farsi strada da sé e per sé, piuttosto che lavorare per portare l'intera baracca post-comunista a diventare classe dirigente di governo. Fu il periodo nel quale Veltroni lanciò la più memorabile delle sue battute: «Mai stato comunista, anzi ero piuttosto "anti"». Un modo per smarcarsi da quelli che lui nell'intimo considera i «perdenti e sfigati», gli orgogliosi alla D'Alema, i «servi sciocchi» alla Fassino, gli «appratchnick» alla Bersani. Tutti quelli, insomma, che dal dissolvimento del Pci non avevano altro che continuato a sognare il personale «sol dell'avvenire»: ovverodi poter traghettare armi e bagagli nei palazzi del potere e diventare la Balena rossa del futuro. Dopo vent'anni di Mussolini e cinquanta di Dc, ora tocca a noi installarci stabilmente. Ma ora è capitato che Walter abbia miseramente sprecato la sua grande occasione, dopo essere riuscito a disfarsi persino del suo grande mentore, Romano Prodi. E che il Pd sia finito nelle mani di Dario Franceschini. E chi è costui? E' stato un caso,una fatalità? Un vice-disastro, come hanno commentato i conformisti osservatori della politica? Può darsi, e potrebbe essere anche che Franceschini venga buttato via come uno straccio vecchio a ottobre, dopo essersi preso le legnate alle Europee. Ma proviamo a restare soltanto al dato di fatto, ovvero alla considerazione che i leader diesse sono tutti bruciati e che a capo del Pd sia un giovane vecchio democristiano. Non è il segno che quel partito è ormai altra cosa, e che il metodo di potere democristiano (niente strappi, lento pede) abbia stravinto? A conferma di questa tesi, c'è un'analisi di uno dei migliori politologi italiani, Paolo Pombeni, su ciò che avviene nella ex roccaforte rossa emiliana. Sulle trasformazioni culturali della classe dirigente del Pd, ormai sempre più egemonizzata dalla cultura post-dc (ovvero della Margherita). In Emilia Romagna il fenomeno è più evidente che altrove: i candidati cattolici spopolano alle amministrative e sempre più spesso umiliano alle primarie gli ex ds. Pombeni, che fa parte dell'assemblea costituente del Pd, è preoccupato: «Gli eredi del Pci non sono più capaci, nemmeno qui da noi, di esprimere una classe dirigente», ha dichiarato a Repubblica, edizione bolognese. Una crisi di «produttività e presentabilità» che per ora spiazza la base più avanti con gli anni, ma che in futuro cambierà (sta già cambiando) la natura dei giovani che si avvicinano alla militanza politica. Parlano già il linguaggio né carne né pesce dei leader maggiori, hanno idee vaghe e superficiali, non conoscono neppure la loro storia. Né - particolare ancora più inquietante - hanno il minimo orgoglio di una cultura di sinistra. Non soltanto di quella comunista-marxista, cosa che si potrebbe pure capire, ma neppure di quella tradizione socialista e laica che ha fatto l'Unità d'Italia, le prime grandi trasformazioni del Paese, la modernizzazione culturale delle masse. «Nonostante la componente centrista sia minoritaria nel Pd - osserva Pombeni - tutto il turbinio che proviene dall´area cattolica ed ex dc risulta alla fine più presentabile davanti agli elettori. E´ indubbiamente un problema significativo per gli ex comunisti, sul quale varrebbe la pena che loro spendessero una riflessione seria». Non è dunque una crisi soltanto di risultati, ma «culturale», ammette il politologo. Che spiega anche le radici antropologico-politiche della trasformazione in atto: «Gli ex dc di sinistra sono sempre stati più abituati ad andare a cercare il loro consenso. Il partito comunista invece era come una Chiesa. Una grande congregazione dove tutto veniva deciso negli organi dirigenti, dando per scontato che poi la base avrebbe seguito le indicazioni del vertice. Quindi è naturale che il vecchio Pci, come tutte le chiese, fosse meno capace di presenza pubblica. E questo ha il suo peso, nel momento in cui i candidati vengono scelti dalla base attraverso le primarie. Inoltre gli ex ds, anche all´interno del Pd, sono abituati più a guardare dentro al partito, che fuori: tengono cioé a trattenere per sé le cariche strettamente partitiche, mentre quelle elettive le cedono, volentieri o non, agli ex Margherita». Una spiegazione che si può comprendere meglio se si ricorda anche come la Dc avesse al proprio interno tante correnti, e tutte in grande competizione di suffragi tra di loro (di qui la capacità di cercare il consenso sui fatti e non sull'ideologie fumose). Andando di questo passo, insomma, presto l'intero apparato di classe dirigente anche negli enti locali, oltre che a Roma, sarà di provenienza cattolica. Con buona pace del Vaticano, magari, ma non delle componenti laiche e di sinistra, costrette a rifugiarsi altrove o a sparire. Verrà più facile la seconda opzione, considerando che a sinistra una casa alternativa nemmeno c'è più. Se non quelle dei comunisti alla Diliberto-Ferrero, anni Sessanta-Settanta.