Il Moro barbuto che odiava gli ebrei

Rissoso, asociale, ipocondriaco, aveva il difetto di alzare spesso il gomito. Diventò famoso per un’opera sulla palingenesi sociale ma erano migliori le sue poesie

La sua vita familiare fu tragica. Dei sei figli legittimi che ebbe, quattro gli premorirono. Le due femmine che gli sopravvissero, finirono suicide. Rifiutò di riconoscere il figlio naturale nato da una tresca con Lenchen, la domestica che sfruttò tutta la vita dandole vitto e alloggio, ma mai neanche una sterlina. Il ragazzo, dato in affido a dei vicini, aveva il permesso di vedere la madre ma solo in cucina e passando dal retro. L’unica volta che il Nostro lo incrociò, fu per le scale e ne rimase infastidito.
Questo infingardo era un ometto basso e robusto, con mani pelose e una grossa testa a cespuglio per il groviglio di barba e capelli neri. Pareva un orco e i figli, per non infierire, si limitavano a chiamarlo il Moro. Aveva un colorito olivastro e insano come la vita che conduceva. Faceva pochissimo esercizio fisico, mangiava cibi straconditi e in gran quantità, fumava e beveva molto. Non c’è da stupirsi che fosse tormentato dai foruncoli. Gli spuntavano di varia dimensione e da ogni parte, sulle guance, sul naso, le natiche, il pene. Scrisse la sua opera capitale sotto l’irritazione di questi sfoghi della pelle e, pieno di rancore per la malattia e le pessime condizioni della sua esistenza, se la prese coi futuri lettori dicendo: «Spero che i borghesi si ricorderanno per sempre dei miei foruncoli».
Personaggio asociale, incapace di integrarsi a Londra dove era rifugiato, si circondava solo di esuli, complottardi, visionari e facili di gomito come lui. Uno di questi, probabilmente un infiltrato, fece un magistrale rapporto alla polizia prussiana sul modo di vivere del Nostro nella sua modesta abitazione. «Si lava raramente, non si cambia la biancheria, è spesso ubriaco. A volte, non fa nulla per giorni; ma, se ha molto lavoro, veglia notti intere, dopo di che si distende vestito su un divano e dorme fino a sera senza curarsi del viavai. Non c’è un solo mobile pulito e in buone condizioni. Tutto è rotto. Tazzine sbocconcellate, sedie a tre gambe, cucchiaini sporchi. Un rigattiere si vergognerebbe di esporre una simile collezione di cianfrusaglie...». E dire che il miserando era nipote di Lion Philips, creatore in Olanda di quella che sarebbe divenuta la multinazionale elettrica Philips.
Prima a fare le spese di questo degrado era la moglie, Jenny. Una nobildonna, con tanto di «von» nel cognome, che lo amò sempre, paziente di fronte alle sue ire, cieca sui suoi difetti. Una figura patetica, che lo precedette nella tomba e il cui spirito di sacrificio ispirò diversi scrittori.
Tra le innumerevoli caratteristiche negative di questo ipocondriaco, la violenza. Verbale, innanzitutto. Non tollerava essere contraddetto e si scagliava sull’avversario con la foga di un rinoceronte. Era però anche un pericolo per l’incolumità fisica. All’università di Bonn fu arrestato dalla polizia per porto abusivo di pistola. In quella di Jena, dove si laureò in filosofia, combatté un duello e si ferì all'occhio. Aveva inoltre l’abitudine di raccogliere dossier sugli avversari politici, rivoluzionari come lui, ma di diverso orientamento, e di consegnare le spiate alla polizia.
Come molti hegeliani era un accanito antisemita. Vedeva negli israeliti l’origine dei mali della società. «L’ebreo - diceva - ha corrotto il cristiano convincendolo di non avere quaggiù altro scopo fuorché diventare più ricco del suo vicino». La solita tiritera sul giudeo quintessenza dell’usuraio, categoria che detestava e alla quale era dovuto spesso ricorrere per la sua innata incapacità di amministrare. Sull’usura ha scritto molte e acute pagine.
Questo antisemitismo pregiudiziale è tanto più ributtante in quanto era lui stesso di origini ebraiche. Il padre avvocato, Hirshel ha-Levi, era figlio di un rabbino e discendente del famoso Rabbi Elisier ha-Levi di Magonza. Anche la madre, Enrichetta, era figlia di un rabbino. Hirshel però si converti al luteranesimo per aggirare il divieto fatto agli ebrei nel Palatinato di accedere alle alte cariche giuridiche. Così, il Nostro a sei anni fu battezzato, a 13 cresimato e per qualche tempo fu un fervente cristiano.
La cupezza luterana e la sua personale inclinazione all’epica (fu un eccellente poeta), gli ispirarono la visione apocalittica di una catastrofe immane che grava sul mondo. Di qui, la sua opera, tutta proiettata verso una palingenesi sociale. Fu uno studioso accanito ma disonesto. Prendeva in esame solo i fatti che potevano avvalorare le conclusioni alle quali era pervenuto per via ideologica, scartando tutti quelli che le contraddicevano. Se la realtà smentiva le sue fantasie, queste dovevano in ogni caso prevalere e tanto peggio per la realtà. Un vizio che inoculò poi a tutti i suoi seguaci.
Nei libri, che definiva «scientifici», virgolettava inventando, accorciava le citazioni per limitarle alle parti che gli facevano comodo, ometteva quelle scomode. L’università di Cambridge, che condusse uno studio sistematico sui suoi imbrogli ideologici e storici, concluse: «In lui, c'è una noncuranza quasi criminale nell’uso delle fonti».
Morì sessantacinquenne meglio di come aveva vissuto. In vestaglia, seduto su una poltrona davanti al caminetto acceso.
Chi era?