Morricone, al Duomo una festa per l’Oscar

In mattinata premiato in Comune con il Sigillo della città: «Promuovo la Moratti»

Paolo Giordano

da Milano

Allora tutto passa di lì, tutta la sua musica passa per quella frase che lui si lascia sfuggire in un salone di Palazzo Marino, mentre i flash voraci si riflettono sui suoi occhialoni alla Martin Scorsese e laggiù in fondo la moglie Maria distrattamente assiste perché lei a queste scene è abituata da un bel po’. Ennio Morricone, squadrato in una grisaglia che sa di film in bianconero, ha appena ricevuto il Sigillo della città dall’assessore Giovanni Terzi, è stato pedinato dai giornalisti per tutto il mattino e precisamente ha risposto alle loro domande, poi si è chiuso a parlare con Letizia Moratti («Mi piaceva anche quando era ministro dell’Istruzione, ha sempre saputo superare le difficoltà e a me piacciono le persone che risolvono i problemi») e che caspita di vita deve fare un settantottenne che ha appena vinto un Oscar alla carriera dopo una carriera di nomination iniziate arrangiando Abbronzatissima, anzi a-a-bbronzatissima, e continuata scrivendo la partitura della storia del cinema, ossia trasformando in arie gli archi o le trombe o quell’ululato dello sciacallo che, grazie alla frase che gli è appena sfuggita qui davanti ai fotografi, sono diventati musica per gli occhi e ali per l’anima. Pranzo veloce, dopo il premio. Lui, la moglie e pochi altri, tra i quali Dalila Di Lazzaro. Poi le prove, zitte e pignole.
Lui dice che spesso i grandi film, quelli che volano come Morte a Venezia di Visconti perso nella sinfonia di Mahler, hanno musiche nate prima, svincolate e assolute e poi riaccese dal misterioso colpo di fulmine tra le sensibilità distanti di regista e compositore. Perciò Morricone ha scritto musiche da film e non per i film, euforiche e vitali anche a schermo spento, capaci di diventare trama della fantasia come si capisce subito, nella piazza fradicia di pioggia davanti al Duomo, quando l’orchestra di cento strumenti e cento voci inizia a sillabare con più di mezz’ora di ritardo il motivo de Gli Intoccabili e la gente lo riconosce al volo, Morricone dirige e la folla acchiappa le note nell’aria, immagina Sean Connery con il fischietto sui marciapiedi di Chicago, sente le chiacchiere e vede De Niro sulle scale col cappottone di cammello, insomma entra in quel film di vent’anni fa come se gli schermi fossero accesi e invece no.
Il trucco allora è proprio in quella frase sfuggita per caso, quella che ha saputo trasformare il «Tema di Deborah» da C’era una volta in America in un sussulto impetuoso che obbliga i 45mila qui sotto la pioggerella a tacere e a rivedersele, le scene di Noodles e Max e Patsy a Brooklyn, mentre nell’aria montano gli archi e il maestro li guida con gesti corti e gentili. Lui d’altronde è fatto così e, come spesso accade, parla con l’ispirazione, non con l’impeto che è sempre il risultato, non il motore della sua musica.
Volendo, il concerto di ieri sera, due ore spaccate, era una galleria della Hollywood che non c’è più, o che non c’è mai stata perché solo immaginazione di noialtri, fatta di immani intuizioni come L’estasi dell’oro da Il buono, il brutto, il cattivo e di enfasi grandiosa come quella che in Mission accompagna Jeremy Irons nell’umidità feroce del Sudamerica pagàno, musica davvero suonata In earth as in heaven, in terra allo stesso modo che in paradiso come recita il titolo dell’aria (proprio da Mission) che chiude il concerto spiegando quel verbo sfuggito per caso a Morricone in una sala del Comune di Milano, insomma quell’«aggredire lo spettatore» che nelle sue musiche è l’irresistibile corteggiamento dei sensi cui si può cedere anche a occhi chiusi, a schermo spento, mettendo infine le ali all’anima.