Morricone: «Quel testone del mio carissimo Gillo»

Il popolare musicista rievoca il tempestoso ma solidissimo rapporto con Pontecorvo: «Ha girato solo cinque film perché era tormentato dal successo»

Michele Anselmi

da Roma

«Mi mancherà anche il suo caratteraccio». Ennio Morricone rievoca il tempestoso, eppure solidissimo, rapporto con Gillo Pontercorvo. Reduce dalle prove del concerto che dirigerà oggi pomeriggio all’Auditorium di via della Conciliazione, il compositore ha appena reso omaggio in Campidoglio, dove è stata allestita la camera ardente, all’amico scomparso. Tre film insieme: La battaglia di Algeri, Queimada e Ogro. Due caratterini niente male: ogni volta, sul set, al montaggio e al missaggio, erano discussioni infinite, anche litigate furibonde, ma alla fine tutto si ricomponeva magicamente, nel nome della musica. Pontecorvo non sapeva suonare, ma viveva di musica: al punto di «comporre» temi al registratore, fischiettando quel che gli frullava in testa, o di eliminare interi dialoghi per lasciare spazio al motivo conduttore.
Si narra che il fortunato leitmotiv di La battaglia di Algeri fu il risultato di un'atipica collaborazione tra voi due. Andò come la raccontava Pontecorvo?
«Sì e no. A lui non piacevano le musiche che gli avevo proposto, a me non piacevano le sue. Ma il tempo stringeva, c’era da decidere. Una notte Gillo ebbe l’ispirazione, così almeno disse. Registrò al magnetofono una melodia e si precipitò a casa mia per farmela sentire. Salendo le scale continuava a fischiettare quelle note. Non mi fu difficile memorizzarle, sicché quando entrò in casa, lo anticipai così: “Credo di aver trovato anch’io l’idea giusta”. Mi misi al pianoforte e gliela rifeci pari pari».
E Pontecorvo come reagì?
«Rimase basito. Gli dissi, con una calma olimpica, che dopo un mese passato a discutere di quel tema, evidentemente eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. “Lunghezza d’onda un corno”, protestò. Non si capacitava. Arrivò a ipotizzare qualcosa che avesse a che fare con la trasmissione del pensiero. Poi se ne andò, perplesso ma soddisfatto. Il pezzo però non l’usammo. Non era granché».
E con Queimada come andò?
«Gillo era un cocciuto. Si era fissato con l’idea di usare una messa africana, la Missa Luba, nella scena cruciale: l’esercito degli ex schiavi che marcia sulla spiaggia verso la capitale dopo aver fatto la rivoluzione. Gillo voleva un marcia solenne. Un inno laico ma ispessito da una sorta di religiosità popolare. Poi però si ricordò di un pezzo che avevo scritto per I cannibali di Liliana Cavani: senza dirmi niente lo mise sul fotografico, e l'incastro funzionò. Solo che non potevo usarlo. Così inventai una melodia simile, nello stesso stile. La Cavani non ne fu contenta».
Insomma, fu un rapporto vivace.
«Sì, ma ci intendevamo. Anche perché di musica capiva. Non forzava sui suoni, ma la voleva nei punti giusti. Più di una volta l’ho spiato in sala di missaggio: spesso si commuoveva, piangeva addirittura. Per la scena della tortura, nella Battaglia di Algeri, mi chiese un pezzo un po’ alla Bach. Naturalmente non imitai La Passione secondo Matteo, ma provai a restituirne la solennità drammatica».
Quando l’ha visto l’ultima volta?
«Una settimana fa. S’era impigrito, stava tutto il giorno a letto, voleva vedere solo i figli. Ho provato a scuoterlo, gli dicevo: “Alzati, cammina, rimettiti in moto”. Ma era stanco».
L’hanno definito un «indeciso a tutto».
«Era un autentico cacadubbi. In fondo ha girato solo cinque film. Proprio perché era tormentato dal successo: si sentiva insicuro, si innamorava e disamorava delle storie. I progetti nel cassetto si sprecano: uno su monsignor Romero, uno su Gesù, uno tratto da Il peccato di Pasquale Festa Campanile. Tutti finiti nel nulla».
Stasera il concerto lo dedica a lui, vero?
«Certo. Non parlerò, perché sennò mi commuovo. Ma partiremo proprio con i titoli di testa della Battaglia di Algeri. Gillo mi mancherà: per la sua libertà di pensiero, per la sua coerenza politica, anche per il suo caratteraccio».