È morta anche per noi

Benazir Bhutto aveva solo 54 anni, era una donna bellissima e forte, ma viveva a rischio massimo nel Pakistan, dove era tornata per tentare di favorire elezioni democratiche, di candidarsi, e magari di vincere per la terza volta, tornare primo ministro. Oppure di morire, com'è successo in un giorno sventurato, come da due mesi si sapeva che sarebbe accaduto. Era solo questione di tempo e devo dire che hanno fatto in fretta. La sua biografia è importante, travagliata e attraente: era la figlia primogenita del deposto primo ministro Zulfikar Ali Bhutto, ucciso dai militari, e di Begum Nusrat Bhutto (di origini curdo-iraniane). Il nonno paterno fu Sir Shah Nawaz Bhutto, un Sindhi e figura chiave del movimento indipendentista pakistano. Ha frequentato le scuole in Pakistan e nel 1973 si è laureata in scienze politiche a Harvard. Master a Oxford, politica, filosofia ed economia, non aveva ancora vent'anni e già lavorava a fianco di suo padre. Quando nel 1979 il generale Zia-Ul-Haq fece uccidere Ali Bhutto, a lei toccarono isolamento e arresti domiciliari. Nella sua biografia l'addio con il padre è raccontato mirabilmente, come l'assassinio dei due fratelli e il destino a lei assegnato, continuare la stirpe.
Nel 1984 le venne permesso di ritornare nel Regno Unito, dove divenne leader in esilio del Partito del Popolo Pakistano (PPP) già presieduto dal padre, fino alla morte di Zia.
Era il 1988. Finalmente si tennero le elezioni ed il PPP ottenne il più ampio numero di seggi per un singolo partito, la Bhutto fu nominata primo ministro. Aveva 35 anni Benazir, divenne la più giovane e la prima donna a capo del governo di un Paese musulmano. Un'onta senza precedenti per l'Islam e i militari. Era bella, educata in Occidente, moderna, emancipata. L'effetto mediatico fu grande, l'odio di più.
Fu destituita nel 1990 dall'allora presidente della Repubblica con accuse di corruzione mai provate. Nello stesso anno il suo partito perse le elezioni. Per tre anni fu a capo dell'opposizione contro il governo di Nawaz Sharif, finché nel 1993 non si tenne una nuova consultazione che vide la vittoria del PPP: Benazir Bhutto tornò a essere primo ministro: nel 1996 nuove accuse, nuova destituzione.
Concentrate sulle attività imprenditoriali del marito, Asif Ali Zardari, ministro nel suo secondo governo, le costarono una condanna a cinque anni di carcere e una multa di otto milioni di dollari. Il marito la galera se la fece, fino al 2004, lei scelse di rimanere all'estero, nonostante la Corte Suprema avesse rovesciato la sentenza, definendola un complotto. Benazir trascorse così otto anni in esilio volontario tra Dubai e Londra. Poi gli Stati Uniti strapparono al generale e presidente, Musharraf, la promessa di libere elezioni, e l'autorizzazione a farla rientrare. Lei accettò, «perché sono ottimista e bisogna pur provarci», conoscendo i pericoli. I tre figli li lasciò al sicuro. In quali condizioni di sicurezza si vide subito, una carneficina alla quale il 18 ottobre sfuggì per sorte non destinata a ripetersi, arresti domiciliari, tentativi di intimidirla, di impedirle di andarsene per il Paese accolta come il grande leader che era. Ieri alla fine di un altro grande bagno di folla, un colpo al collo e al petto, il terrorista prima di farsi saltare voleva essere sicuro che per Benazir Bhutto non ci fossero vie di fuga. Al Qaida, i talebani, i militari che forse tramano contro Musharraf, magari lo stesso disperato Musharraf, sono tutti citabili come mandanti, per loro era «il più vistoso burattinaio degli Stati Uniti». L'hanno uccisa dei terroristi islamici, questo è sicuro.
Infatti era amata e rispettata da inglesi e americani, e già per questo guardata con sospetto tra gli europei un po' politically correct e un po' sottomessi all'islam. Era stata sempre odiata dai fondamentalisti, perché era una femminista, e un simbolo di democrazia rispettosa della fede religiosa ma laica.
Di errori, quando governava, la Bhutto ne aveva commessi. Seguì la dottrina terzomondista e socialista che un po' nasce dai sensi di colpa e un po' dall'educazione della classe alta e istruita nell'Occidente, andò a caccia di consenso, non combatté la corruzione che in quei Paesi è il sistema. Fece come gli altri la «non allineata». Ma patì anche il rapporto privilegiato che gli Stati Uniti scelsero di mantenere con i militari. Prima lo fecero con ragione, c'era l'Unione Sovietica da contrastare, l'Afghanistan invaso, insomma serviva un esercito anticomunista e con le armi nucleari come alleato. Poi il terrorismo islamico negli anni di Bill Clinton non fu, stoltamente, considerato un pericolo, e represso per tempo. Finì che nel 1999 Musharraf arrivò come un salvatore e dettò i patti. Oggi il Pakistan è pieno di basi di Al Qaida, pieno di talebani che attaccano le truppe Nato, di terroristi di ogni specie, e chissà che non ospiti anche Osama bin Laden e i suoi scherani. Oggi il governo americano aveva sperato nel coraggio di Benazir, lei pure. L'esilio l'aveva resa più determinata e più liberale, convinta stavolta di poter cambiare le cose se rieletta.
Onore a una grande donna e leader. Guai a chi non capisce che è morta anche per noi, che era una di noi.
Maria Giovanna Maglie