Morta in scena nel suo teatro Ileana Ghione

Enrico Groppali

Dopo la recita pomeridiana di Ecuba di venerdì Ileana Ghione, nel teatro che porta il suo nome a Roma in via delle Fornaci, è stata improvvisamente colta da malore. Dopo i primi soccorsi, l’attrice si è ripresa e ha cominciato tranquillamente la recita serale. Ma l’aggravarsi delle sue condizioni ha reso necessaria la sospensione dello spettacolo. Trasportata d’urgenza in ospedale, la Ghione, nata a Cuneo 74 anni fa, è spirata poche ore dopo vittima di un aneurisma cerebrale.
Il nome di Ileana Ghione, una delle interpreti più sensibili della generazione uscita, nei primi anni del dopoguerra, dalla severa scuola di Orazio Costa all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, resta legato più che al teatro, divenuto negli ultimi anni la sua unica ragione di vita, alla prosa e agli sceneggiati televisivi più importanti prodotti dalla Rai negli anni Sessanta. Di cui la Ghione non solo fu protagonista, ma ai quali diede un notevole impulso creativo. Scegliendo personalmente i copioni, interpellando i registi più adatti al nuovo mezzo di comunicazione affermatosi in quegli anni, spesso fornendo direttive precise sui personaggi della storia recente da far conoscere nella loro realtà quotidiana alla sterminata platea degli utenti. Fu soprattutto con Edmo Fenoglio, un regista troppo spesso sottovalutato, che Ileana, la cui bellezza quieta e raccolta sembrava uscita da un quadro dell’Ottocento, diede la piena misura del suo talento.
Dalla biografia di Madame Curie, al ritratto sorvegliato e sottile di Catherine Sloper nell’Ereditiera, tratto dal romanzo di Henry James dove resse benissimo il confronto con Olivia de Havilland, che dello stesso personaggio era stata interprete sullo schermo, fino all’altro James della sua carriera, quel Ritratto di signora, dove Sandro Sequi l’affiancò a due colleghe del calibro di Olga Villi e Marisa Fabbri. Dopo I Buddenbrook da Thomas Mann e Una donna, tratto dal romanzo di Sibilla Aleramo, la Ghione era tornata al primo amore: il teatro. Dedicando l’edificio, che a Roma porta il suo nome, alla memoria del nonno Emilio, l’indimenticabile Za-la-Mort del cinema muto. In quello spazio elegante ed elitario, l’attrice recitò un repertorio eclettico e impegnato, da Pinter (Vecchi tempi) fino al D’Annunzio della Città morta e al prediletto Ibsen della Donna del mare, dedicandosi, negli ultimi tempi, anche alla regia.