A morte 5 infermiere bulgare

La sentenza di morte per le infermiere bulgare e per il medico palestinese è qualcosa di molto diverso da un errore giudiziario. È un fosco arbitrio di Stato. È chiaro a chiunque abbia un briciolo di comprendonio che in un regime come quello libico una condanna capitale a carico di donne straniere - ritenute colpevoli d’un complotto infanticida tanto orribile quanto improbabile - non è pronunciata se non con l’assenso, o per ordine, di chi detiene il potere. Mi sembra inutile a questo punto discettare sulla fondatezza dell’accusa e sulle sue inverosimiglianze. Voglio aggiungere che non considererei decisiva nemmeno la confessione delle imputate (confessione che era regola, e che regolarmente era falsa ed estorta, nei processi-farsa organizzati dal bieco procuratore sovietico Viscinski).
La trama di questo «grand guignol» in salsa islamica non regge alla più modesta logica. Perché delle donne che si erano mosse dal loro Paese in cerca di lavoro e d’un buon guadagno avrebbero dovuto far strage di innocenti? Istigate da chi? Addestrate da chi? Ma non c’è bisogno di logica in queste flessioni di muscoli d’una dittatura. È stato inutilmente obbiettato che l’epidemia di Aids si era scatenata nell’ospedale al Fatah prima che le bulgare vi prendessero servizio. Non avrebbero dovuto essere necessari altri argomenti per assolvere. Ma la ragion di Stato esigeva che fosse affermata la colpevolezza delle bulgare e del palestinese, sia pure con le tortuosità pseudo garantiste dell’annullamento d’una prima sentenza capitale e della celebrazione d’un nuovo processo.
Gli interrogativi non riguardano dunque una pena di morte già decisa, ma il perché in alto loco la si sia voluta. Qui posso soltanto azzardare qualche ipotesi. Forse Gheddafi ha tentato così di addossare alle trame dello straniero prezzolato dalla Cia e dal Mossad israeliano negligenze ed errori dei quali proprio le sue strutture sanitarie erano responsabili. Forse Gheddafi, dai radicali dell’Islam criticato per le concessioni che - dopo una stagione terroristica - ha fatto all’Occidente, vuole rifarsi una verginità. Forse il regime ha bisogno d’attizzare nelle masse popolari pulsioni patriottico-religiose. Le ripugnanti manifestazioni con cui la folla ha inneggiato alla sentenza di morte gettano un’ombra cupa sulla vicenda, riallacciandola all’intolleranza fanatica e xenofoba che nel mondo islamico divampa.
«Salvate le infermiere bulgare» avevo scritto poco più d’un anno fa, augurandomi che la pressione internazionale inducesse Gheddafi a una marcia indietro. Invece la pressione - o la morbidezza della pressione - l’ha indotto a reiterare l’obbrobrio giudiziario. Ho la convinzione - ma purtroppo possiamo aspettarci di tutto - che le infermiere e il medico, sottoposti a una lunga detenzione e anche, secondo quanto qualcuna tra le donne ha affermato, a torture, saranno alla fine dei conti liberati. Il colonnello si sarà comunque guadagnati gli applausi della platea mussulmana, e non ne sarà stato troppo danneggiato nei confronti dell’Occidente.
Da quando ha cambiato rotta Gheddafi è il cocco di alcune democrazie. Non più «Stato canaglia», la Libia è al massimo uno «Stato bricconcello». Anche la faccenda delle bulgare sarà ascritta al temperamento nervoso del colonnello. Mi sono parse caute fino all’ipocrisia le prese di posizione dell’Unione Europea che, dichiarandosi ostile alla pena di morte, auspica «una soluzione giusta, equa, umanitaria». Un notabile dell’Ue si è detto «profondamente scoraggiato», Franco Frattini ha definito la condanna «un gesto pericoloso», il ministro degli Esteri tedesco Steinmeier ha parlato di «notizia scioccante». Infine il presidente Bush si è detto «deluso». Il petrolio libico val bene qualche indulgenza verso chi lo possiede, ma un po’ di severità in più non avrebbe guastato.