La morte di Castro coinciderà con la nuova vita di Cuba

Fidel Castro sta morendo. I telegiornali, con una certa frequenza, ci mostrano immagini del potente dittatore diventato ormai impotente. Ciò che, invece, non è possibile mostrare sono i tanti cubani che, per i motivi più vari e assurdi, sono stati perseguitati e uccisi dal regime di Fidel. Lo scrittore Reinaldo Arenas, per il dramma suo e di Cuba, scrisse un romanzo (Arturo, la stella più brillante, pubblicato ora da Cargo) definito da Mario Vargas Llosa «una delle più toccanti testimonianze che siano state scritte sull’oppressione e sulla ribellione». Purtroppo, Arenas non è sopravvissuto alle umiliazioni dei campi ci concentramento di Fidel Castro. Ma prima di togliersi la vita nel 1990 a New York scrisse una lettera aperta al dittatore. Il suo ultimo inno alla libertà, diventato giustamente celebre, firmato da centinaia di personalità e da nove premi Nobel.
Reinaldo Arenas fu doppiamente perseguitato da Fidel Castro, come omosessuale e come scrittore. Fu arrestato nel 1973 con la falsa accusa di pederastia e incarcerato con l’etichetta infamante di stupratore e di essere un agente della Cia. Cercò di fuggire due volte senza successo, ma solo nel 1980 riuscì a lasciare Cuba, quando il dittatore espulse decine di migliaia di cubani ritenuti malati di mente, omosessuali, criminali. Ma ormai Arenas è malato, sarà contagiato dall’Aids. Quando lo scopre si toglierà la vita. Lo stesso giorno della fine, il 7 dicembre 1990, un venerdì, scriverà la lettera di accusa a Fidel Castro e la invierà al direttore del Diario de las Américas di Miami, ossia Horacio Aguirre. Oggi che Fidel Castro è malato e giunto alla fine dei suoi giorni vale la pena rileggere la lettera che Arenas scrisse quando era malato e alla fine dei suoi giorni.
«Cari amici: a causa dello stato precario della mia salute e della terribile depressione sentimentale che provo non potendo continuare a scrivere e lottare per la libertà di Cuba, metto fine alla mia vita. Negli ultimi anni, anche se mi sentivo molto malato - continua lo scrittore - sono rimasto a portare a termine la mia opera letteraria, a cui ho lavorato per quasi trent’anni». E dice: «Vi lascio quindi in eredità tutti i miei terrori, ma anche le speranze che presto Cuba sarà libera. Sono soddisfatto di aver contribuito, sia pure modestamente, alla vittoria di questa libertà». La sua morte diventa fisicamente un atto di accusa contro il dittatore: «Metto fine alla mia vita volontariamente perché non posso più continuare a lavorare. Nessuna delle persone che mi sono vicine è coinvolta in questa decisione. C’è soltanto un responsabile: Fidel Castro. Le sofferenze dell'esilio, le pene dello sradicamento, la solitudine e le malattie che ho contratto nell’esilio non le avrei sicuramente patite se avessi potuto vivere libero nel mio paese». Infine, l’esortazione che è insieme gioia e dolore: «Esorto tutto il popolo cubano, tutti quelli che vivono in esilio o nell'isola, a continuare a lottare per la libertà. Il mio non è un messaggio di sconfitta, ma di lotta e di speranza. Cuba sarà libera. Io lo sono già. Reinaldo Arenas».
La lettera, oltre ad essere un documento e un atto di accusa e, al contempo, un incoraggiamento a non disperare, è una profezia: «Cuba sarà libera». Ancora non lo è. Lo sarà. La fine di Castro segnerà l’inizio di una nuova Cuba. Ma quanta differenza tra la morte del perseguitato e il tramonto del persecutore. Ricordiamocene ogni volta che vediamo le immagini di un Castro sofferente in televisione.
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