Morte di un irregolare che non lasciò eredi

Q uando, nel 1900, Gabriele d’Annunzio dà alle stampe il romanzo Il fuoco, è all’apice della notorietà e del successo. Reduce dall’avventura parlamentare, sulla bocca di tutti per la burrascosa relazione con Eleonora Duse, si sta impegnando con forza nell’edificazione della «immaginifica vita». Arte e volontà, vitalismo e senso storico, si fondono, nelle pagine de Il fuoco, nelle descrizioni di una Venezia carica di simbolismi. E prendono forma nelle parole del protagonista, Stelio Effrena, esteta e ubermensch che «porta le proprie sorti nelle sue mani» perché in lui sono «la forza e la fiamma». Arte e mondo sarebbero presto nati a nuova vita grazie ai suoi progetti grandiosi e visionari.
Nel medesimo anno, nella periferica Cesena, un giovane Renato Serra (1884-1915) muove i primi passi nella letteratura e nella filosofia. Fuggendo il perverso fascino del dannunzianesimo, butta giù alcuni appunti genericamente intitolati Intorno alla libertà del volere. Si sente attratto dal fenomeno artistico ma non lo crede espressione di pretese individuali. È angosciato dal problema del libero arbitrio, che vede costantemente ricondotto a vitalismo e volontà di potenza. Nel saggio, a tratti acerbo e confuso, Serra si impegna in una radicale critica alle idee, tante care al Vate e ai suoi personaggi, di spirito e immaginazione, giungendo a negare la libertà e la capacità dell’uomo di incidere nella storia. Assumendo questa precoce presa di posizione, in netta antitesi al modello dominante la cultura italiana, Andrea Celli, ricercatore presso l’università di Padova, nel suo Corrente oscura. Scritti filosofici e formazione letteraria di Renato Serra (con appendice di testi scelti e inediti, Milano, Edizioni Medusa, 2010, pagg. 248, euro 21), ne indaga la vicenda intellettuale.
Ponendo il problema dell’incompletezza e dell’inattendibilità dal punto di vista filologico di tutte le edizioni delle opere dello scrittore cesenate (a partire dalla prima, in quattro volumi, curata nel 1920 da Giuseppe Prezzolini fino al recente naufragio della progettata Edizione nazionale in dieci tomi, dei quali hanno visto la luce solo i primi due) Celli presenta ai lettori una vasta messe di carte e lettere inedite, utili all’analisi del pensiero e dell’opera di Serra.
Quale il destino dell’uomo senza libertà? L’intellettuale romagnolo individua la soluzione nella Critica della ragion pratica di Immanuel Kant. Impegnato nella stesura di una sua «biografia filosofica» (che non giungerà mai a termine), Serra guarda al filosofo di Konigsberg come a una «pietra di paragone per il pensiero, destinata a non morire». Per Kant il fondamento della dottrina etica non ha nulla a che vedere con quel libero arbitrio tanto caro ai propugnatori della volontà di potenza e ai sovvertitori dell’ordine del mondo. Perché «la moralità è un dato immediato della coscienza umana, tale che non debba essere imposto dal di fuori ma riconosciuto dal dentro».
Ma tutto, attorno a Serra, si muove con gran rapidità in senso opposto. Fanno la loro comparsa aerei e automobili. Il vitalismo si fonde col mito della velocità. I futuristi, d’Annunzio e parte dei Vociani (con l’avallo intellettuale di Benedetto Croce) invocano la guerra come momento purificatore della vita e dell’arte. Serra, di pari passo al naufragio della progettata biografia kantiana, assiste con disillusione al montare dei furori interventisti. In Partenza di un gruppo di soldati per la Libia (1912) scrive: «Partenza. Ritorno. Da che cosa? A che cosa?». Il distacco dello scrittore cesenate non è nei confronti della guerra in sé ma verso l’equazione guerra uguale rinnovamento. La sua posizione conservatrice si trasfigura nella scrittura, non di passione interventista piuttosto che pacifista, ma «differentemente qualificata, - scrive Celli - una passione morale capace di dare sostanza allo stile e vita alla forma».
Dal momento della dichiarazione di guerra alla Turchia, Serra si pone il problema della guerra come «dell’assoluto calato nella vicenda umana». Nell’Esame di coscienza di un letterato, scritto durante i brevi congedi dal fronte, è sereno e disilluso al tempo stesso: non esiste conflitto nel quale si possa riporre speranza di mutamento perché «la guerra non crea nulla, non cambia nulla: non ne uscirà l’arte nuova». Serra però non si ritira di fronte al suo dovere, si avvia volontario al fronte: «finora la ragione suprema della mia vita è stata non averne nessuna; ora non mi basta più. Ho bisogno di qualche cosa, niente magari; ma un niente volontario e definitivo». Tre mesi dopo, sul Monte Podgora, si compirà il suo destino.