La morte di Milvia, l’unica battaglia persa da «Goldrake»

Romano Malaspina, voce italiana del cartoon, ricorda l’amata «lupa»

L’avevo conosciuta anni fa durante un’uscita in bicicletta. Stava sempre sulla pista ciclabile che porta da Belle Arti a Castel Giubileo. Difendeva strenuamente una capanna in zona Ponte Milvio all’inizio di viale Tor di Quinto. Era una lupa bellissima, tipo pastore tedesco, ma con un viso lungo, molto grossa. In questa capanna sul Tevere viveva un indiano. Avevo capito che l’animale non doveva mangiare molto. Così, quando passavo le portavo cibo in abbondanza. Otto mesi fa ho ripreso a percorrere la pista in bici e ho ritrovato la cagna cambiata, inselvatichita, con le gambe posteriori affette da artrosi. Era stata abbandonata dall’indiano, poteva morire di sete e di fame. A ottobre decido di portarle cibo e acqua tutte le mattine: macinato, biscotti, latte. Così facendo speravo di tenerla in vita. Mettevo nel cibo una medicina per farle guarire il dolore alle zampe. Credo fosse anziana, mi ci ero affezionato. Non saltavo neanche un giorno. Lei, nonostante tutto, abbaiava. Il problema era quando pioveva e le portavo la pappa nella sua tettoia attaccata alla capanna, lei - ringhiosa - mi mostrava i denti; la capivo: difendeva il suo misero territorio.
Un giorno di febbraio l’ho trovata in un lago di sangue con la bava alla bocca che si muoveva ancora: le avevano fracassato la testa. Avevano divelto le deboli sbarre della capanna per rubare qualche vecchio sgabello. Forse l’avevano sorpresa nel sonno, ci vedeva bene, ma credo fosse sorda, altrimenti si sarebbe battuta con determinazione. È stato un immenso dolore per me trovarla in quello stato. Le tenevo compagnia perché la solitudine l’aveva inselvatichita. Ammiravo la sua dignità, la sua fierezza, la determinazione nel difendere una baracca senza valore, la sua solitudine al freddo di un rigido inverno.
Su quella pista ciclabile pullula un esercito di disperati che per costruirsi le baracche racimolano ogni cosa. Le persone che potevano e dovevano assisterla, i ciclisti, tantissimi, se la cavavano con un semplice «È vecchia, selvaggia...» come dire: «deve morire». Non so come si chiamava, io l’avevo battezzata «Milvia» perché vicina a Ponte Milvio. Nei mesi scorsi avevo vanamente telefonato alle Asl e alle varie associazioni animaliste. Tutto inutile. Vivo da solo in una piccola casa, se avessi avuto un giardino l’avrei presa con me. Ma era vissuta tutta la vita in questo angolo sul Tevere ed era giusto morisse lì, ma non massacrata in quel modo. Difendeva il territorio con intelligenza, i cani hanno un sesto senso. Lasciava infatti passare i ciclisti ma abbaiava alle persone sospette. Non so come sia riuscita a sopravvivere per così tanto tempo in un luogo dove la violenza si respira nell’aria. Durante questi mesi freddi ho tappato la sua tettoia, pulito la sua cuccia, rischiando sempre un morso. Cercavo di parlarle e, non mi vergogno a scriverlo, mi commuovevo anche un po’. Per me non era un sacrificio portarle la pappa, era una gioia impagabile. Addio «Milvia»; non passerò più su quella maledetta pista. Una bestia senza cuore ti ha ucciso per un vecchio sgabello di plastica.
Ah dimenticavo: il mio nome è Romano Malaspina, negli anni Settanta mi facevo le ossa doppiando un cartone animato che è entrato nel mito di due generazioni attaccate davanti alla tv alle sette di sera. Quel cartoon, molti se lo ricorderanno, si chiamava «Atlas Ufo Robot». Io davo la voce a Goldrake, eroe capace di tutto, persino di salvare l’umanità. Magari la realtà fosse sempre di cartone.