La morte di Moro e le leggende americane

Preg.mo Dr. Granzotto, la prego di aiutarmi in una piccola ricerca di storia o di memoria che non sono riuscito ad effettuare con i miei mezzi e neanche ricorrendo alla memoria di alcuni amici. Per puro caso, mi è finito tra le mani il numero 13 di «Italia Domani» che in prima pagina come articolo di fondo pubblica «Moro: ecco la verità». Nell’articolo, Giovanni Galloni «infrange il muro delle bugie» e racconta che «la più grande minaccia a Moro fu fatta alla fine a New York da Kissinger che lo chiamò in disparte e gli predisse una cattiva fine se non avesse mutato la sua linea politica». Questo particolare (che insinua che la morte di Moro coinvolga in qualche modo anche gli americani) venne fuori anche all’epoca? Io sinceramente non me ne ricordo: chiedo aiuto a Lei ed alla Sua memoria storica.


Quello di «Italia Domani» (periodico che per scovarlo ho sudato le sette camicie) è solo un ripescaggio. Fuffa gettata in pagina allo scopo di tener ben vivo il sentimento anti-americano. Le rivelazioni di Giovanni Galloni risalgono infatti ad un paio di anni fa e da allora ad oggi nulla è intervenuto che le rendesse attuali o ne palesasse la credibilità. Perché di una balla stiamo parlando, caro Latini. O comunque di un fatto che non ha il minimo riscontro. Galloni non «infrange il muro delle bugie», come scrive il direttore di «Italia domani», Lucio D’Ubaldo, assessore del veltroniano Comune di Roma. Caso mai infrange il muro dell’impudenza. Come si può credere che si sia ricordato delle minacce di morte di Kissinger a Moro - mica faccenda da ridere - solo ventisette anni dopo i fatti? E non un secondo dopo la strage di via Fani? E come non concluderne che quello che fu definito il cervello più lucido della Diccì perde colpi come il più sfiatato e sgangherato dei motori?
Perché è così, caro Latini: né nei giorni della prigionia né in quelli successivi al ritrovamento del cadavere Galloni accennò mai alle confidenze che avrebbe ricevuto da Aldo Moro qualche settimana prima del rapimento. E sì che tra il marzo e il maggio ’78 di cose se ne dissero e se ne fecero, anche di pagliaccesche, come la seduta spiritica allestita da Romano Prodi e nel corso della quale i fantasmi di don Sturzo e di La Pira gli indicarono il luogo di detenzione di Moro.
Chiamiamolo dunque, quello di Giovanni Galloni, complottismo senile. Il segretario della Democrazia cristiana rapito ed ucciso su indicazione della Cia, per ordine degli Stati Uniti e di Israele e per mano delle Brigate Rosse che erano al soldo di Washington e di Gerusalemme e che poterono contare sulla complicità del Mossad e dei servizi deviati. Ci sono tutti gli ingredienti e i riferimenti della dietrologia vintage, anni Settanta, con in più la riabilitazione di un aggettivo assai caro al giornalismo democratico alla Giorgio Bocca: sedicente. Le rivelazioni di Galloni restituiscono infatti attendibilità alla dizione «sedicenti Brigate Rosse». Perché se si tresca con la Cia e ci si fa pagare in dollari non si scappa, non si è compagni, non si è rossi (anche se il Pci riceveva la stecca dal Cremlino in quella valuta. Ma questa è un’altra storia).