Ma la morte di Stato non c’entra

Sulla tragica vicenda Welby si è forse discusso anche troppo. Non tornerò quindi sui politici eccitati dalle manette, come l'udiccino Luca Volontè, che hanno dato voce al grido di «assassini», un grido definito «idiota» da un piccolo quotidiano d'opinione. Né mi soffermerò sulle singolari opinioni della senatrice margheritina Paola Binetti che forse ritiene di far parte del tribunale del popolo invece che del Parlamento, quando stabilisce ciò che è o non è reato, per cui invoca le dimissioni del ministro Bonino. Argomenti di questo genere non sono seri. Lo sono invece le questioni poste dal direttore Belpietro circa il «Trapasso statalizzato».
L'interrogativo è il seguente: la vicenda Welby sospinge verso uno Stato onnipresente, onnipotente ed onniregolamentante e propone una tale Weltanschauung anche sulle questioni di vita e morte? Se così fosse, l'itinerario personale di Piergiorgio sarebbe stato ancora più pietoso, e il suo risvolto pubblico guidato dalla accorta regia radicale avrebbe portato anche per me ad un esito decisamente funesto. Non occorre ripetere che per uno spirito liberale è l'uomo e non lo Stato, la Chiesa, il partito o l'ideologia ad essere al centro del giudizio sul bene e il male.
A me tuttavia pare che se c'è stata una spinta verso la statalizzazione del trapasso del malato, essa è stata esercitata contro e non su iniziativa di Welby. Ho già ripetutamente polemizzato sul macabro balletto che si è avvitato intorno al malato. Che cosa aveva a che fare con il caso reale il pronunciamento generico dell'ordine dei medici? Che senso aveva il parere richiesto dal ministro Turco al Consiglio superiore della Sanità se si trattasse di «accanimento terapeutico» o no, considerato che l'articolo 32 della Costituzione è relativo a tutti i trattamenti? Perché vi doveva essere una decisione di un tribunale quando il dettato costituzionale è esplicito sulla preminenza della volontà della persona malata? Perché dovrebbe essere necessaria una legge o un regolamento per disciplinare i criteri di intervento del medico il quale risponde personalmente in scienza e coscienza solo alle regole deontologiche a cui è vincolato? Ed il comitato di bioetica cosa altro avrebbe potuto dire in difformità dagli articoli 2, 13, e 32 della Costituzione?
È vero, la confusione ha regnato sovrana. Perché, diversamente da casi con pazienti come Terry Schiavo non in possesso delle loro facoltà, con Welby si trattava di una persona integralmente cosciente che ripetutamente aveva manifestato la chiarissima volontà di accelerare il trapasso sospendendo i trattamenti artificiali in altra epoca prescelti e chiedendo che la medicina facesse ciò che normalmente fa per alleviare le sofferenze.
Ecco perché sostengo che Welby non desiderava affatto una morte garantita dallo Stato ma, al contrario, ha lottato fino in fondo per far prevalere la propria volontà su quella dei medici, degli esperti, dei giuristi (spesso in versione di azzeccacarbugli) e degli stessi politici che, come accade spesso, non hanno compreso che le ragioni e i tempi dei momenti difficili della persona umana non hanno nulla a che fare con le vischiosità proprie degli interessi partitici e istituzionali.
Vi è poi un secondo interrogativo. L'azione radicale, resa efficace dall'innesto della disobbedienza civile, è volta a forzare l'introduzione di una legislazione, cioè di una regolamentazione dello Stato, anche su questioni così drammaticamente personali? Certo, la risposta può essere affermativa ma con due importanti distinguo. Il primo riguarda il fatto che non sono stati i radicali a scegliere Welby forzandolo all'azione che è stata compiuta, ma è stato Welby a volere fare con grande determinazione delle proprie scelte esistenziali un caso pubblico che potesse in qualche modo servire anche ad altri.
Quanto poi alla futura legislazione, sarà l'intero Parlamento che dovrà prendere le opportune decisioni mediando fra i diversi e talora opposti valori delle varie correnti in esso presenti. Non sono certo io a parlare in nome di qualcuno, rappresentando solo la mia personalissima opinione. Tuttavia posso affermare che è nella tradizione liberale e libertaria volere la minima intrusione dello Stato negli affari personali che devono restare ben guidati dalla coscienza individuale fino al punto in cui non nuocciono a terzi.
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