«A morte Tarek Aziz» Il numero 2 di Saddam lo seguirà sulla forca

Tarek Aziz, il "volto umano" del sanguinario regime di Saddam Hussein è stato condannato a morte. Il cristiano, maestro della sopravvivenza, dalle purghe del defunto dittatore iracheno a sette processi a suo carico con il nuovo corso a Bagdad, questa volta rischia la forca. L'Alta corte penale della capitale ha condannato a morte l'ex vicepremier «per i crimini tesi ad eliminare i partiti religiosi in Irak prima del 2003». Saddam e il partito socialista Baath, fecero terra bruciata di tutti gli oppositori. Nel mirino dei baathisti della prima ora, come Aziz, finirono soprattutto gli sciiti del partito al-Dawa. Lo stesso al potere oggi con il premier Nouri al Maliki. Nel 1980 un fallito attentato ad Aziz scatenò una feroce repressione e venne usato come pretesto per l'attacco all'Iran. Dieci anni di guerra che provocarono un milione di morti.
Aziz è stato condannato alla pena capitale assieme al ministro dell'Interno di allora, Saadun Shaker e al segretario personale del dittatore, Abdel Hamid Hamud. La difesa ha 30 giorni per ricorrere in appello ed il capo dello Stato, il curdo Jalal Talabani, può sempre commutare la sentenza.
A 74 anni, Aziz l'aveva quasi scampata. In sei processi è stato assolto o si è beccato un totale di 22 anni di carcere, ma non il patibolo. La pena capitale ha sollevato una valanga di appelli per salvare la pelle all'ex ministro degli Esteri, che si presentava come moderato in Occidente, ma non ha mai alzato un dito in patria per fermare i crimini del suo regime. L'Unione europea ha bollato la sentenza come "inaccettabile" e a gran voce si chiede l'intervento del Papa. «La condanna a morte di mio padre è una vendetta» ha sostenuto Ziyad Aziz, uno dei figli dell'ex braccio destro di Saddam in esilio in Giordania.
Può anche essere una vendetta, ma Tarek Aziz non è una pecorella smarrita. Sigaro cubano, baffetto grigio ed occhialoni stile anni Settanta, sembrano tutti dimenticarlo in divisa militare verde oliva e basco nero di gerarca. O quando cercava di spiegare che il Kuwait, invaso da Saddam nel 1991, è la diciannovesima provincia dell'Irak. Nato vicino a Mosul, in una famiglia caldea, il suo vero nome è Mikhail Yuhanna, dai santi Michele e Giovanni. Ben presto lo cambia per inseguire il panarabismo di Saddam. C'è chi giura che da giovane rivoluzionario non disdegnasse premere il grilletto contro nemici e traditori, veri o presunti. Davanti alla nazionalizzazione delle scuole cristiane «non ha battuto ciglio» ricordava Jean Benjamin Suleiman, arcivescovo cattolico di Bagdad. Stesso atteggiamento per l'insegnamento obbligatorio del Corano. Durante la lunga agonia delle sanzioni è sempre Aziz a dispensare favori in mezzo mondo con la truffa del petrolio in cambio di cibo, sotto gli occhi dell'Onu. Nel febbraio 2003, pochi giorni prima dell'inizio della fine, riesce a farsi ricevere da Giovanni Paolo II. Alla vigilia dell'invasione dell'Irak annuncia: «Vi aspettate che con la mia storia vado a finire a Guantanamo o in una prigione irachena? Preferirei morire».
Si consegna agli americani il 24 aprile 2003. Alla prima apparizione in tribunale appare emaciato ed in pigiama. In aula, però, difende lo stesso Saddam e il sanguinario capo dei servizi segreti del deposto regime, che considera «un fratello».
Quando gli americani annunciano la ritirata dall'Irak accusa Washington di «lasciare l'Irak in mano ai lupi». Dietro le sbarre sopravvive a un infarto. Per lui si mobiliteranno in molti e forse si salverà la pelle ancora una volta.
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