Morti di serie A e di serie B? Non è colpa dei tifosi ma dei troppi «smemorati»

Caro direttore,
è difficile accettare che si possa morire alla fermata dell'autobus, sul marciapiede, investiti da un autista che non avrebbe dovuto guidare ubriaco e drogato. È difficile accettare che una signora - a pochi chilometri da Roma - possa essere aggredita selvaggiamente, rapinata e uccisa da un clandestino che non avrebbe neppure dovuto essere presente sul territorio. È difficile accettare che un tifoso possa essere ucciso in un autogrill, a seguito di tafferugli. Tutto questo non dovrebbe accadere, in un Paese civile. Ma, mentre per i primi due episodi - dopo il giustificato sdegno, interesse e procedimento penale legato ai fatti - è sceso un silenzio rassegnato, per il terzo episodio si sono concretizzate tante iniziative: blog, fan club, incontri con la stampa e personalità politiche e dello spettacolo. Perché si tratta di un tifoso? E che cos’è un tifoso? Forse una categoria che vale più di una signora ammazzata da un rom, o di un gruppo di donne, uomini e bambini (magari tifosi pure loro!) falciati incolpevoli, senza motivo? Il «tifoso» morto, è morto in quanto tifoso, o è morto perché coinvolto in tafferugli all’autogrill? E il poliziotto, che di mestiere dovrebbe garantire l’ordine pubblico e l’incolumità della gente, di fronte a tafferugli che cosa può fare? Di fronte a gente che scappa, dopo un colpo di avvertimento, che cosa può fare? E il «tifoso» aveva partecipato ai tafferugli, o ci si è trovato per caso? E i suoi amici, erano tutti idraulici con gli attrezzi del mestiere nel bagagliaio? Domande che mi frullano per la testa ogni volta che vedo le notizie in televisione e sui giornali... A proposito: se mi dovesse succedere qualcosa, vorrei che si sapesse che da piccola ero tifosa dell'Atalanta!

Tifosa dell’Atalanta? Ma lei andava in trasferta con gli ultras? Infilava nel bagagliaio dell’auto qualche spranga? Si metteva in prima fila quando c’erano le cariche alla polizia? Con le bombe carta, come se la cavava? Abbia pazienza, ma ho l’impressione che non basti dirsi «tifosi» per meritare l’omaggio della «curva». Non basta nemmeno avere in tasca la tessera di abbonamento nel settore popolari dell’Olimpico o di San Siro. No, bisogna far parte del «branco», del «gruppo», bisogna essere «militanti». E allora di colpo, se si muore, si acquista il diritto di diventare eroi, naturalmente giovani e belli (gli eroi sono tutti giovani e belli), comunque meritevoli di un altarino eterno e di memoria scolpita in Internet e nei cori. Lei si stupisce per i due pesi e le due misure, e ha ragione. Però, vede, io non me la sento nemmeno di farne una colpa ai tifosi. Al contrario: penso che tra tanti istinti bestiali e malintesi codici d’onore, quello di ricordare i morti sia uno degli aspetti migliori della cosiddetta «cultura ultras». Il defunto aveva sbagliato? Non era un santo? Certo: ma che importa? Quando muore un parente, ogni famiglia non cerca forse di tramandarne il ricordo migliore? E il culto dei morti non è da sempre considerata una forma di civiltà? No, cara Serenella: non se la prenda con i tifosi. Non sbagliano loro a non lasciar cadere la memoria dei loro morti. Piuttosto sbagliamo noi a cancellare troppo in fretta il ricordo dei nostri. Magari solo per dare spazio, onore e dignità ai loro carnefici.