Morto Buckley, polemico guru della destra Usa

William Buckley Jr., uno dei padri nobili del conservatorismo americano e fondatore della storica e lettissima National Review, vera colonna portante dell’editoria repubblicana, è morto a 83 anni. Il guru della destra Usa, cattolico controcorrente per vocazione, aveva lasciato nel 2004, dopo 50 anni, la direzione della rivista. Non voleva, per usare le sue parole, «morire sulla scena inutilmente».
Eppure Buckley per certi versi se ne è andato «al posto di combattimento», seduto alla sua scrivania. A spegnerlo forse il diabete, di cui soffriva da tempo. Probabilmente stava lavorando, come sempre, a un articolo. Nella sua lunga carriera, brevemente venata d’avventura quando, per un anno, con uno di quei colpi di testa che lo hanno reso celebre, pensò bene di reinventarsi come agente della Cia in Messico, ha scritto più di cinquemila rubriche bisettimanali, infiniti editoriali, accumulando ben 45 libri: altri due freschi di stesura - un romanzo politico e la storia della National Review - sono in via di pubblicazione. In tutti il gusto dell’iconoclastia, dello scandalizzare i benpensanti, di far venire il mal di pancia ai buonisti democrat.
Tanto per ricordare uno dei casi più clamorosi: negli anni Ottanta propose di tatuare i malati di Aids sia sull’avambraccio, sia dove non batte il sole (metodo spiccio per evitare gli scambi di siringhe e, come disse lui, la «vittimizzazione degli omosessuali»).
Ma anche quando le sue idee erano poco gradite a chi gli era ideologicamente contiguo non ha mai cercato di nasconderle o moderarle. Quattro anni fa si era schierato per la liberalizzazione della marijuana, provocando un putiferio nella destra conservatrice. Ancora, pur essendo un repubblicano senza riserve, si era opposto al Pentagono quando erano emerse nel 2004 le immagini di torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Spingendosi sino a chiedere al segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, di dimettersi per non mettere in crisi la strategia della Casa Bianca in Irak.
Scelte che corrispondevano alla sua storia e al suo Dna culturale. Definito dal New York Times uno dei cervelli grazie ai quali il pensiero conservatore è uscito dal ghetto e ha acquistato un posto di primo piano nel dibattito politico in America, ha combattuto per le sue idee sin dai lontani anni ’50. Quando Buckley tenne a battesimo la National Review (nel 1955, grazie a un regalo paterno di centomila dollari), l’ideologia liberal era largamente maggioritaria tra i ranghi dell’intellighenzia a stelle e strisce. Buckley dichiarò subito una solitaria guerra a questo sistema-pensiero, mettendo sotto tiro l’Università di Yale, che definì terreno di coltura «dell’ateismo collettivista» (lui si era laureato a pieni voti proprio lì). Da allora aveva continuato caparbiamente sino al suo più grande successo: l’approdo di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Uno sdoganamento epocale.