È morto Citaristi l’ex cassiere Dc colpito da 70 avvisi di garanzia

Il senatore bergamasco seppe uscire a testa alta dalla bufera di «Mani Pulite»

Mi è rimasta indelebile nella memoria quella prima immagine di Severino Citaristi: quando la segretaria mi aprì la porta del suo ufficio, nel palazzo dell’amministrazione provinciale di Bergamo, deserto dopo l’orario di chiusura, il professore era avvolto dalla penombra e solo una lampada da tavolo buttava un po' di luce su una serie di fascicoli che il presidente scorreva sottolineando e prendendo appunti. Avevo fatto domanda di assunzione e Citaristi voleva prima guardarmi in faccia e capire con chi aveva a che fare. Bontà sua, e forse grazie al fatto che di candidati a uno stipendio miserello se ne trovavano gran pochi, trentatrè anni fa fui arruolato tra i funzionari di un ente territoriale la cui gestione potrei riassumere con tre aggettivi: illuminata, onesta, serena. Merito soprattutto di un presidente capace di comporre i contrasti, di affrontare a viso aperto i problemi e di risolverli con la diligenza del buon padre di famiglia, attento alla lira. Capitava a noi giovani funzionari di istruire pratiche anche complesse, vagliando i fattori in discussione e proponendo quello che a nostro avviso poteva essere il migliore sbocco. E per arrivarci capitava pure di infilare scorciatoie o di enfatizzare elementi a favore o contrari a una data soluzione. Ma non era infrequente che pochi minuti prima dell’inizio della seduta di giunta il presidente mandasse a chiamare: nel trambusto degli assessori che prendevano posto al tavolo Citaristi finiva di scorrere uno per uno i provvedimenti all’ordine del giorno e inevitabilmente puntava il dito sui punti deboli dello schema di delibera, chiedendo spiegazioni.
Con Citaristi la Provincia di Bergamo poteva vantare bilanci sani e in pareggio, nei quali era impresa non da poco trovare una lira fuori posto, al punto che un alto esponente del Pci, tuttora parlamentare, confidava nel 1979 a chi scrive che la sinistra faceva a Bergamo della mera polemica elettorale, non avendo elementi concreti di contestazione. E d'altro canto sarebbe stato ben arduo per la sinistra attaccare con qualche speranza di successo enti locali come quelli bergamaschi, capaci negli anni Settanta, per salvare l’occupazione nelle valli, addirittura di farsi carico di aziende ridotte alla chiusura, risanandole e rivendendole poi senza rimetterci quattrini. Roba da marziani.
Negli stessi anni era asfissiante la pressione dei sindacati per la pubblicizzazione delle linee di trasporto. Citaristi, affiancato dal suo successore Franco Fumagalli, non si tirava affatto indietro: metteva in fila i numeri delle spese di investimento e soprattutto delle spese di gestione, chiedendo agli stessi sindacati, depositari di cospicui cespiti finanziari, quali impegni avrebbero inteso condividere. Ogni volta la risposta era evasiva, ciò che consentì alla Provincia di salvare la rete di pubblico trasporto trattando abilmente su tavoli diversi con le aziende concessionarie e con la Regione senza ipotecare il proprio bilancio.
C’è veramente da indignarsi nel trovare in atti giudiziari accuse lunari di corruzione e addirittura di concussione rivolte a Citaristi, entrato in Parlamento nel 1976 e quasi subito indirizzato da De Mita alla segreteria amministrativa del partito. Appena il pool di Mani pulite lo chiamò in causa per finanziamenti irregolari percepiti anche dalla Dc, Citaristi si presentò a palazzo di Giustizia con il tabulato completo dei versamenti incassati sottobanco (e senza contropartite), ogni volta su esplicita richiesta del finanziatore. Il senatore pregò i pm di mantenere riservato il documento, venendone rassicurato. «Ma il giorno dopo - rammentava sconfortato ancora a distanza di anni - quei finanziamenti erano sciorinati per filo e per segno su tutti i giornali».
Riandava ancora con qualche amarezza l’ex senatore a quei giorni in cui espose in Parlamento in tutta onestà e chiarezza la realtà dei finanziamenti pubblici ai partiti, esimendosi da ambigue chiamate di correo e ricevendo, al termine dell’intervento, manifestazioni di stima e di solidarietà un po’ da tutti i settori dell’emiciclo: quella punta di tristezza sedimentata in fondo all’anima gli veniva da quei segretari della Dc che, puntualmente informati dei finanziamenti ufficiali e ufficiosi, dichiararono ai magistrati di esserne all’oscuro. Uno imboccò addirittura l’uscita dall’aula al termine della leale ammissione di responsabilità dell’imputato negandogli perfino una semplice stretta di mano. E quando Citaristi chiese al magistrato di poter guardare in faccia chi osava accusarlo di concussione, ogni richiesta di confronto fu respinta. I teoremi facevano aggio sulle prove.
Apparteneva Citaristi a quella classe politica bergamasca arrivata alla ribalta sulle macerie della guerra, gente intrisa di timor di Dio, disinteresse e attaccamento al bene comune. Il rimpianto non può che essere totale.