È morto Cotta, filosofo cattolico

Conobbi Sergio Cotta in una conferenza di San Vincenzo, in cui l’assistente spirituale procurava i denari e lui fungeva da assistente spirituale. Lo accompagnavo spesso nelle visite, e qualche volta lo dissuadevo dall’aiutare persone di scarsa moralità e non indigenti; ma agli indigenti autentici era di vero conforto. Fu sempre rigidissimo di carattere. Aveva un passato di resistente (medaglia d’argento) e una salda fede cattolica. In Filosofia del diritto cominciò come seguace di Croce, poi si convertì a quella che chiamava «ontologia», cioè al tentativo di dare alle norme un fondamento saldo e immutabile. Divenne a Torino assistente di Bobbio, che lo portò in cattedra pur sapendo che era di idee diverse dalle sue. Si era formato su Montesquieu; e questo spiega il suo rifiuto di confondere la democrazia col sinistrismo.
Ordinario nelle sedi di Trieste e Perugia, andò a risiedervi, ed era rude con i colleghi pendolari, che perciò lo detestavano. Chiamato a Firenze, dichiarò che non si sarebbe più mosso: eppure venne a Roma, quando gli si fece presente il dovere di non lasciare che cadesse in cattive mani una cattedra così importante. Benché di antica famiglia piemontese, fiorentina era la sua formazione (come la sua parlata), perché un antenato, che aveva sposato una granduchessa russa, era stabilito nella villa dell’Ombrellino. A quel tempo la famiglia era ricchissima, ma la ricchezza si dissolse nel corso delle generazioni, e Sergio faticava da giovane a mantenere con decoro la sua numerosa famiglia.
Con gli anni divenne, a detta dei nemici, «reazionario», perché il carattere lo portava a reagire a ogni ingiustizia e sopruso. La sua intolleranza si concentrava soprattutto sui democristiani di sinistra. Direi che il seguito delle vicende politiche italiane gli ha dato ragione.