È morto il critico Sciaccaluga Una vita per l’arte

A solo 43 anni è scomparso il critico milanese Maurizio Sciaccaluga. Lascia la moglie Sabina e Arianna, una bellissima bambina di otto mesi che lo scorso marzo scorrazzava per i padiglioni della fiera Miart dando l’impressione di divertirsi molto. Proprio come il padre. «Sciacca» era un amico oltre che un collega. Da anni si condivideva la passione per i giovani artisti, soprattutto pittori. Tra le sue mani e quelle di Alessandro Riva, di cui è stato per anni l’inseparabile alter ego fin dai tempi della redazione di «Arte», sono passati praticamente tutti i figurativi dell’ultima generazione. In coppia facevano un’autentica macchina da mostre: dalla Permanente al Pac, al premio Cairo, alla Rotonda della Besana e, ovviamente, alle innumerevoli gallerie. Non c’era spazio, pubblico e privato, che sfuggisse al loro infaticabile talent-scouting. Nell’ambiente artistico, ogni tanto qualche malalingua sfotteva Maurizio per il suo ruolo di eterna «spalla» del più televisivo Riva, o per la sua aria da «camallo» genovese con la perenne barba incolta, che mal si sposava con il cliché dell’intellettuale. Ma lui faceva spallucce e tirava dritto. Anche perché quando impugnava la penna era raffinato e ficcante, spesso superando il «maestro». Merito anche, mi confidò un giorno, degli anni in cui bazzicava la redazione sportiva del «Secolo XIX» scrivendo sulle partite del Genoa, background di cui né si vergognava né rimpiangeva, ma che di certo gli aveva insegnato a fotografare la realtà vera. E infatti a leggere i suoi testi, l’ultimo scritto insieme per la mostra «Curve pericolose», ci si annoiava raramente. Nelle ultime settimane ci eravamo sentiti spesso per la vicenda giudiziaria che ha colpito Riva, con cui ha collaborato anche all’interno dell’assessorato di Sgarbi. Una brutta storia che non gli dava pace e che lo aveva spinto a organizzare una raccolta di firme di solidarietà in favore dell’amico collega a cui hanno aderito centinaia di persone dell’ambiente non solo artistico. Quando lo intervistai all’indomani dell’indagine non manifestò il minimo dubbio: «Lo conosco da vent’anni, questa storia non sta né in cielo né in terra». Oggi, all’indomani della sua assurda scomparsa per cause naturali, sembra di assistere a una specie di maledizione sulla premiata coppia. Dopo essere approdato alle stanze dei bottoni della Cultura milanese, mi confidò la sua gratitudine per Riva: «Mi ha portato con sé, poteva anche non farlo visto che facciamo le stesse cose». Poi fantasticava sui progetti della gestione Sgarbi e mi schizzava la pianta dello «Spinelli», annunciato futuro spazio espositivo in viale Campania: «Pensa a qualche progetto - mi disse divorando una pizza - se il Comune trova gli sponsor potremo farci delle mostre bellissime e ci divertiremo tutti». Da oggi ci divertiremo tutti un po’ meno.