Morto Dino Gavina con i suoi mobili lanciò l’Italian Style

È scomparso ieri a Bologna, a 85 anni, Dino Gavina, maestro del design italiano, fondatore dell’omonima ditta «Gavina» e di altre aziende, come la Flos, affermatasi nel campo dell’illuminazione, e la Simon International, dedicata alla produzione del mobile seriale e modulare. «Ultrarazionale», «Ultramobile» e «Metamobile» sono alcuni dei suoi progetti, che sono stati il punto di partenza del cosiddetto Italian Style. «Il più emotivo e impulsivo di tutti i costruttori di mobili del mondo»: così Breuer l’aveva definito. «Il più trasgressivo operatore della fornitura italiana» lo aveva chiamato Anty Pansera nel suo ormai classico Il mobile italiano dal 1946 a oggi. Sono definizioni che si attagliano perfettamente alla figura e all’opera di Gavina, che aveva portato forti innovazioni nel mondo del mobile italiano. Soprattutto odiava il kitsch: sia quello «per ricchi», come amava dire, che quello «per poveri».
Nato a Bologna nel 1922, Gavina inizia la sua attività nella seconda metà degli anni Quaranta, realizzando oggetti per le scene di teatro, che era la sua grande passione. Nel 1953 inizia a produrre, in un negozio-laboratorio, delle capotes per jeep e dei rivestimenti per carrozze ferroviarie, oltre a qualche pezzo d’arredo. Ma la vera svolta è l’incontro (che avviene nel 1953, mentre si sta allestendo la X Triennale di Milano), con architetti come Carlo Mollino, Carlo De Carli, P.G. Castiglioni e Carlo Scarpa, oltre al giapponese Takahama. Li conosce grazie a Lucio Fontana e inizia con loro un vivace sodalizio.
L’intento di Gavina è portare nel campo del mobile quella che era stata l’intuizione di Duchamp: il ready-made. Nel 1960 nasce la «Gavina spa», che nello stesso anno presenta la poltrona Sanluca, progettata da Castiglioni: una sorta di manifesto del neo-liberty ripensato alla luce del razionalismo. Gavina, tra l’altro, amava coinvolgere nella sua produzione gli artisti: per lui lavorano Sebastian Matta (che disegna il divano Malitte e nel 1970 la poltrona Sacco) e surrealisti come Meret Oppenheim, Man Ray, Kurt Seligmann.