«Morto e abbandonato in strada Così è esplosa la nostra rabbia»

Rabbia per la morte di uno di loro. E rabbia soprattutto contro il Consolato egiziano, che si era rifiutato di intervenire per recuperare il corpo del ragazzo morto, «invece quando abbiamo vinto la Coppa d’Africa hanno aperto il Consolato apposta». Ecco la rivolta di via Padova raccontata dall’interno, nei verbali d’interrogatorio degli egiziani arrestati.
Dichiara a verbale Mohamed Elbaz, 25 anni: «Io dico tutto. Tutta la verità. Tanto non posso dire bugie perché c’è anche il filmato. Io ero lì perché lavoro lì, in via Padova. Avevano ucciso un ragazzo che era un bravo ragazzo. Io lo conoscevo perché era mio cliente. È successo alle 17 io stavo lavorando. Ero dentro al negozio e ho visto che tanta gente era fuori allora sono uscito e ho visto questo ragazzo per terra. Era molto vicino a dove lavoro io. Era per terra e pensavo che era solo svenuto. Ho cercato di alzarlo ma niente; io credevo che era solo svenuto. Ho chiamato l’ambulanza. Era appena successo. Anche altri hanno cercato di alzarlo ma non si capiva che era stato ferito non si vedeva sangue all'inizio perché aveva la maglia e la giacca».
«Poi ho cercato io di rianimarlo con una coppia di rumeni, marito e moglie, e ho visto che il ragazzo non si riprendeva allora ho chiamato subito l’ambulanza che è arrivata dopo cinque minuti e ho visto che hanno schiacciato sul suo torace e messo l’ossigeno ma si capiva che era morto. Era lì per terra. Poi era arrivata anche la polizia. Quando hanno capito che era morto lo hanno coperto e l’ambulanza è andata via. Io sono rimasto sempre lì. Poi la Polizia ha chiamato direttamente il consolato e siamo rimasti lì una mezz’ora. Il consolato tra l’altro è molto vicino saranno cinque minuti a piedi. Aspettavamo ma dal nostro consolato non sono arrivati. Allora siamo andati in tanti verso il consolato perché volevamo avvertirli che lì c’era un ragazzo morto, senza fare nessun casino».
«Siamo arrivati lì; c’era una persona ma diceva che non poteva lasciare l’ingresso e che non poteva chiamare il console. Comunque non è venuto nessuno e questo ha fatto montare la rabbia. Quando si era vinta la Coppa d’Africa quelli del consolato allora erano lì sul balcone ad applaudire e a dirci bravi, quando invece è morto un ragazzo nessuno si è affacciato. Sono quindi tornato sulla via Padova dove c’era il ragazzo. E ho visto che era ancora per terra e questo da noi è un peccato perché quando una persona muore non puoi lasciarla tanto tempo sulla strada. Allora è cominciata una reazione di rabbia».
(A domanda risponde) «Poi dico la verità, io ho solo preso un cavalletto della segnaletica e per rabbia l’ho buttato contro una saracinesca chiusa. Non si sono rotti i vetri. L’ho fatto proprio di rabbia perché mi avevano detto che quello era un negozio di sudamericani amici nel senso che conoscevano coloro che avevano ucciso il ragazzo. Dovevano aiutare la polizia per farlo arrestare e invece avevano chiuso il negozio. Se uccidono una persona io aiuto la polizia per vedere di prendere chi è stato. Dovevano andare subito per non farlo scappare. E invece nessuno faceva niente».
(A domanda risponde) «Quando sono arrivato io ho visto il ragazzo per terra da solo e tre ragazzi sudamericani che scappavano. Sono certo di questo perché li ho sentiti anche che parlavano. Poi si capiva dai loro vestiti. Avevano i pantaloni grandi, larghi la giacca larga e il cappello con la visiera, come si vestono loro».
(A domanda risponde) «Dopo sono tornato dove c’era il ragazzo morto e ho visto che c’era un imam e con alcuni altri eravamo attorno a lui per quello che si fa da noi, cioè lui chiede a Dio se questo ragazzo ha fatto qualche cosa nella sua vita e noi chiediamo con lui; è una preghiera che si fa da noi; eravamo tanti. E c’era ancora la Polizia e il ragazzo era sempre per terra».
Dichiara Mohamed Shanouka. 20 anni: «Sentivo che potevo essere io al posto del morto e non ero cosciente di quello che stavo facendo perché ero arrabbiato. Se avessi riflettuto non lo avrei fatto. La rabbia era contro quelli che lo hanno ucciso e per quelli che lo hanno fotografato e per ore e ore era lì per terra. Poi non è venuto lui del consolato egiziano a vedere lui a terra. Non è arrivato nessuno del consolato. I giornalisti lo fotografavano e lui era sempre a terra. Cinque ore a terra è stato. C’era anche gente comune che fotografava e il ragazzo era per terra. Io non lo conoscevo ma lo vedevo sempre quanto andavo a lavorare. Lo conoscevo di vista. Noi dicevamo portatelo via, portatelo via, al ragazzo morto intendo. Ma nessuna faceva niente e così c’è stata quella reazione. Vorrei tornare in libertà perché se c’è da pagare qualche cosa la pago ma vorrei tornare al mio lavoro e alla mia famiglia; voglio pagare i danni che ho provocato se c’è da pagare qualche cosa ma non voglio che la mia vita sia rovinata da questo».