Morto Gandolfi il fondatore del coro Verdi

Romano Gandolfi se n’è andato come desiderava, ossia «respirando» musica il più a lungo possibile. Fino a dieci giorni fa aveva lavorato ai Carmina Burana di Carl Orff con i complessi milanesi della Verdi: incluso quel coro di cento elementi che il maestro aveva fondato nel 1998. È scomparso, a 71 anni, senza far rumore perché il successo nei teatri di mezzo mondo non gli aveva dato alla testa e Gandolfi era rimasto l’uomo semplice cresciuto a Medesano, in provincia di Parma, con la musica e l’opera respirate nell’aria.
Amava parlare della sua terra, di cibi gustosi, di una famiglia numerosa. Solo tra un amarcord e l’altro veniva fuori il curriculum da primo della classe: dal ’68 al ’70 direttore del coro del Colon di Buenos Aires; dal ’71 all’83 stesso incarico alla Scala e la collaborazione con Karajan, Bernstein, Prêtre, Giulini, Muti (Ernani e Nozze di Figaro), ma soprattutto Claudio Abbado, come le registrazioni su disco dell’abbinata Scala-Deutsche Grammophon hanno consegnato alla storia e alla passione dei musicofili.
Attorno ai 35 anni aveva deciso di prendere la bacchetta. Da allora si era cimentato nel repertorio operistico ma anche in quello sinfonico-corale, lavorando dal Liceu di Barcellona al Metropolitan di New York - nel Mosé e Aronne di Schonberg -, tornando nel 2001 con Claudio Abbado per Simon Boccanegra a Parma con il coro sinfonico della Verdi. Dopo l’«amore» con Abbado, una nuova passione si era accesa tra lui e Chailly che aveva fruttato numerose incisioni. Alla stagione della Verdi Gandolfi era solito proporre lo Stabat Mater e la Piccola Messa Solenne di Stravinskij, ma anche lavori di grandissimo impegno come il Requiem Tedesco di Brahms e La Passione secondo Giovanni di Bach. Quest’anno, in gennaio, aveva ricordato Mozart con la Messa in do minore. Di qui a poco si sarebbe cimentato nella Passione secondo Matteo di Bach.