Morto Gaul, appiattiva le montagne

Vinse due Giri e un Tour. Uscì in trionfo dalla bufera di neve sul Bondone. Ed entrò nella leggenda quando si fermò a fare pipì

Pier Augusto Stagi

Per anni non ha seguito il ciclismo, nemmeno in televisione. Fino all'avvento di Marco Pantani, l'unico che riuscì ad incantarlo e a riavvicinarlo al mondo delle due ruote; l'unico che «riusciva a trasmettermi qualcosa di unico e allo stesso tempo di poetico», ebbe a dire otto anni fa Charly Gaul. Era l'8 dicembre del '97, quel giorno Gaul compiva 65 anni e per regalo volle conoscere lo scalatore romagnolo che non aveva ancora vinto Giro e Tour, ma era già considerato da tutti il più forte scalatore del mondo: «Era un arrampicatore fantastico. Più bravo del sottoscritto? Probabilmente sì, ma certamente affrontavamo le montagne allo stesso modo: con leggerezza e fantasia», disse quel giorno l'anziano corridore lussemburghese, che già manifestava alcuni sintomi della malattia.
È morto ieri mattina Charly Gaul, l'«Angelo della montagna», uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi, a causa di un'embolia polmonare, nell'ospedale del Lussembrugo dove era ricoverato da una decina di giorni a causa di una caduta nella sua casa di Itzig. Gaul fu il primo atleta non italiano a conquistare per due volte il Giro d'Italia, imponendosi nel 1956 davanti a Fiorenzo Magni e nel 1959 davanti a Jacques Anquetil (due volte terzo nel '58 e nel '60). Al Tour de France, di cui vinse 10 tappe in carriera, si impose nel 1958, davanti a Vito Favero, oltre a collezionare due terzi posti nel 1955 e 1961.
Strepitoso in montagna, fortissimo nelle prove contro il tempo. Si racconta che fece il salumiere prima di passare professionista nel 1953; in carriera ottenne 52 vittorie (11 tappe al Giro d'Italia) su strada, oltre a diverse gare di ciclocross e su pista, tra il 1953 e il 1962, si ritirò nel 1965. Finita la carriera ebbe, ironia della sorte come quel Marco Pantani che quasi 40 anni dopo ne ripropose le imprese in salita, diversi problemi personali. Gestì una birreria con pessimi risultati, cadde nel vortice dell'alcol da cui però fu capace di uscire e divenne poi dipendente del Museo dello sport lussemburghese. Ma il suo nome fu legato in maniera indelebile alle partecipazioni al Giro d'Italia. Leggendaria l'edizione 1956: quando ormai sembra battutissimo (era undicesimo in classifica) ecco la montagna e il gelo, suoi alleati. Tappa del Bondone: nella tormenta - le ruote scivolavano nella neve - nessuno riesce a resistergli. Arriva mezzo assiderato, ma la maglia rosa è sua. Sembra il più distrutto degli sconfitti, invece è un vincitore da leggenda.
L'anno seguente, Gaul perde il Giro in maniera incredibile. Una sconfitta che farà storia. Il lussemburghese è in maglia rosa, si corre la Como-Bondone, diciannovesima tappa. Località Ospitaletto, nei pressi di Brescia, Gaul si ferma per soddisfare un bisogno corporale: gli scappa la pipì e gli scappano anche Luison Bobet, Gastone Nencini ed Ercole Baldini. Il gruppo si fraziona, Gaul rimane indietro, si sfianca nell'inseguimento e quando attacca il Bondone - la montagna che solo un anno prima l'aveva visto eroico vincitore nella tormenta - è già in ritardo. In cima al Bondone, questa volta inondato da un fastidiosissimo sole (non ha mai sopportato il caldo), il piccolo lussemburghese accumula qualcosa come dieci minuti di ritardo. Anche nella sconfitta, Gaul scrisse una pagina di ciclismo leggendario.