Morto l'anti Welby: era malato da 40 anni

Colpito
da distrofia muscolare in fase ormai terminale, era da tempo inchiodato a un letto e attaccato da un respiratore che gli consentiva di vivere. Giancarlo Mascetti, 70 anni, tempo fa in tv aveva detto: "Ho la stessa malattia di Welby ma voglio vivere"

Como - Inchiodato a un letto e attaccato da un respiratore che gli consentiva di vivere. Colpito da distrofia muscolare in fase ormai terminale. Il suo ultimo pensiero, le sue ultime parole pronunciate a fatica sono state per la moglie: "Cosa ne sarà adesso della mia Rosanna senza di me". Giancarlo Mascetti, 70enne di Parè, un piccolo paese nei pressi del confine tra la provincia di Como e il Ticino ricoverato dal 28 gennaio scorso all’ospedale Valduce di Como, è morto portando con sè la sua convinzione che lo aveva fatto balzare quasi un anno fa all’attenzione delle cronache come una sorta di "anti Welby".

Con un filo di voce amplificato dalla trasmissione "Porta a Porta" di Bruno Vespa che si occupò della sua tragica situazione disse: "Ho la stessa atroce malattia di Piergiorgio Welby, ma io voglio vivere". Il suo fisico era debilitato da una distrofia muscolare che col tempo gli aveva portato la totale paralisi del corpo tanto da dover essere alimentato artificialmente. Gli ultimi suoi mesi li ha passati nella totale immobilità. Eppure fino all’ultimo ha continuato a ribadire la sua contrarietà ad ogni forma di eutanasia, ha ripetuto ai medici e alla moglie che stavano al suo fianco quel "Voglio vivere". "Nonostante tutto - racconta la moglie - si sentiva ancora utile anche se non poteva fare più niente. Era legatissimo a me e ai figli".

Dal matrimonio sono nati Mauro ed Elena che si sono alternati, fino all’ultimo, accanto al suo letto. In provincia di Como ci sono altri dieci casi uguali. Da 40 anni soffriva di distrofia muscolare dei cingoli che gli bloccava ogni suo movimento delle gambe e delle braccia. "Chiedeva con insistenza che si continuasse con la ventilazione artificiale, di essere tenuto in vita con ogni mezzo", confermano i medici che l’hanno avuto in cura. "Giancarlo - ricorda il Vescovo di Como, Diego Coletti - era gravemente malato come Welby, ma vuoleva vivere. Non morire. Dobbiamo ringraziare la direzione e il personale di questa struttura ospedaliera che lo ha curando con amore e dedizione, un ospedale che ha accettato di ricoverarlo, di prendersi cura di lui".

Una storia che permette al vescovo di tornare sulle questioni legate all’eutanasia: "Non bisogna rassegnarsi davanti alla sofferenza, anche se questa appare insopportabile. Non bisogna subirla passivamente ma neppure ribellarsi. Occorre affrontare tutto quanto appare una negazione per trasformarlo in grande atto d’amore verso chi ci ha donato la vita".