Morto O’Donnell, l’orrore di Hiroshima in uno scatto

Un’immagine tanto terribile quanto famosa. Mostra un bimbo giapponese fermo sul bordo di una strada. Avrà sì e no cinque anni, la postura è irrigidita, lo sguardo spaventato e perso nel vuoto, sulle spalle porta il cadavere del fratellino più piccolo. Lo sta accompagnando al crematorio, è una vittima della bomba lanciata dagli americani su Nagasaki il 9 agosto del 1945. Autore di quello scatto, testimone di quel tempo, fu il reporter statunitense Joe O’Donnell, all’epoca appena 23enne. Iniziò la sua carriera lavorando per il corpo dei Marines. Si arruolò con l’intenzione di andare a combattere contro i giapponesi. Voleva fare il soldato, gli fu messa in mano una macchina fotografica. Nel settembre di quello stesso tragico anno fu spedito laggiù per documentare le devastazioni causate dai bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki. Le radiazioni nucleari alle quali si espose nelle due città rase al suolo minarono la sua salute. L’esperienza, che durò in tutto sette mesi, segnò la sua anima per sempre.
Joe O’Donnell è scomparso lo scorso 10 agosto all’età di 85 anni. Era ricoverato in un ospedale di Nashville, località del Tennessee dove risiedeva da quando era andato in pensione, nel 1968. Era sposato con la fotografa giapponese Kimiko Sakai, aveva tre figli maschi e una femmina. A partire dal 1949 l’autore americano divenne fotografo ufficiale della Casa Bianca, ai tempi della presidenza di Harry Truman. Poi il suo lavoro proseguì con le amministrazioni di Dwight D. Eisenhower, John Fitzgerald Kennedy, Lyndon B. Johnson e Richard Nixon. Tra le sue foto più note, ricordiamo quella di Roosevelt con Stalin e Winston Churchill a Yalta. E ancora lo scatto che racconta l’incontro tra il presidente Truman e il generale Douglas MacArthur sull’isola di Wake, durante la guerra di Corea, oppure le immagini della processione al funerale di John F. Kennedy, assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963. Il suo ritratto più conosciuto è forse quello al giovane John F. Kennedy Jr che saluta militarmente il feretro del padre.
Si conquistò una certa fama, Joe O’Donnell, ma la sua morte è passata quasi inosservata negli Stati Uniti. Nel Sol Levante ne hanno parlato diversi organi di informazione. Lui non riuscì mai a superare lo choc di quell’esperienza durante la Seconda guerra mondiale. Dopo il suo personale, orrendo ground zero, divenne un pacifista e uno strenuo oppositore dell’atomica. E soffrì a lungo di depressione. I negativi del suo reportage del ’45 erano da lui custoditi gelosamente. Per lungo tempo vietò alla sua famiglia di metter mano a quel materiale. In un’intervista, il figlio Tyge, che stava preparando per lui il sito internet commemorativo, dice: «Mi spiegò la ragione per la quale non volle mai mostrarci quegli scatti: lui voleva dimenticare ciò che aveva visto». Per un po’, forse, ci riuscì.