Morto Siepi, il «basso» prediletto da Toscanini

La morte di un grande artista, oltre al dolore per la perdita, richiama i personaggi ai quali il suo nome è legato per sempre. Così per Cesare Siepi, il celebre basso milanese, morto ieri a 87 anni. La qualità della pasta della voce, la meravigliosa cantabilità, il portamento aristocratico, ne facevano l’interprete ideale per i ruoli dei sovrani e dei sacerdoti, come il capo dei druidi, Oroveso, nella Norma di Bellini. La melodia lunga di «Ite sul colle» usciva come la cavata di un violoncello e con il suono terso e lunare da idillio leopardiano. Ancor più autorevole il Padre Guardiano nella Forza del destino di Verdi, soprattutto nella scena della vestizione e nel finale «Non imprecare, umiliati», degno del manzoniano Fra’ Cristoforo. Ma Siepi fu giustamente celebrato soprattutto per il suo Don Giovanni di Mozart, ammirato anche a Salisburgo e a Vienna. Il suo seduttore di Siviglia aveva parecchi quarti di nobiltà, accentuati da un elegante rotacismo (r alla francese, da noi r moscia) volto con molta ironia nei recitativi (lo stesso spirito da ex libertino illuminato che pervadeva il suo Conte Rodolfo nella Sonnambula di Bellini, il signorotto che svela ai villici come Amina non sia un fantasma, ma vittima di sonnambulismo). Siepi fu beniamino del pubblico della Scala che lo apprezzò a partire dal concerto in commemorazione di Arrigo Boito sotto la direzione di Arturo Toscanini, che lo ebbe fra i prediletti. Dove la parte necessitava di una linea vocale sontuosa, lì rifulgeva Siepi: nel rovello malinconico di Filippo II (Don Carlo), nella perentorietà sacerdotale di Ramfis (Aida), nella gelosia ferita di Alvise (Gioconda), nello sprezzo altero eppur generoso di Fiesco (Simon Boccanegra). L’ingresso negli Elisi gli è senz’altro garantito dal suo «Oro supplex», supportato dalla melodia religiosa del laico Verdi.