Morto Ventura, l’uomo dei segreti di Piazza Fontana

MilanoGiovanni Ventura non è vissuto abbastanza per vedere la fine delle indagini sulla strage di piazza Fontana a Milano. L’editore padovano, fondatore di «Ordine Nuovo» nel Veneto, condannato all’ergastolo e poi assolto per la bomba del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, ha chiuso i suoi giorni terreni a Buenos Aires, l’altro ieri, a 65 anni: dopo una serie di voci e di smentite, la conferma è stata fornita dalla sorella, a Padova. Se ne va così un altro protagonista delle indagini sul massacro che inaugurò la strategia della tensione: prima di lui, nel luglio di otto anni fa, era morto l’anarchico Pietro Valpreda. Eppure, a quasi quarantun anni dalla bomba, il capitolo piazza Fontana per la giustizia è ancora aperto.
Un fascicolo a carico di ignoti per il reato di strage è stato aperto recentemente dalla Procura di Milano ed è nelle mani del procuratore aggiunto Armando Spataro. L’inchiesta nasce da un libro del giornalista Paolo Cucchiarelli, in cui si sosteneva una «terza pista» che assommava le due ipotesi - apparentemente divergenti - seguite dopo la bomba: quella della responsabilità degli anarchici, imboccata subito dopo la strage, e quella dell’attentato neofascista, imboccata dalla Procura di Milano e ripresa poi nell’inchiesta bis iniziata alla fine degli anni Ottanta. Secondo questa pista, erano vere entrambe: la bomba sarebbe stata messa da Valpreda ma doveva esplodere a banca chiusa, invece ambienti neofascisti ispirati dai servizi segreti manomisero il timer. E fu la strage. Ma in questa nuova inchiesta l’unico indagato è per ora l’autore del libro, incriminato da Spataro per non avere voluto rivelare le sue fonti.
Per il momento, dunque, la strage è ancora «a opera di ignoti». Ventura era stato indagato nel 1973 su iniziativa del giudice istruttore padovano Stiz e poi del suo collega milanese Gerardo D’Ambrosio, insieme al suo camerata Franco Freda, anche lui dirigente di Ordine Nuovo. Al termine di un percorso processuale lungo e accidentato, erano stati entrambi assolti. Stessa sorte per Pietro Valpreda, l’anarchico.
Ma il nome di Freda e Ventura era riapparso negli atti d’indagine sul 12 dicembre. Il giudice istruttore Guido Salvini aveva riaperto l’inchiesta, incriminando come autori del massacro un gruppo di ordinovisti veneti guidati dal medico Carlo Maria Maggi. Freda e Ventura non vennero formalmente indagati in quanto già assolti in via definitiva: ma i capi d’imputazione contro Maggi e gli altri davano per scontato che avessero agito «in concorso con Freda Franco e Ventura Giovanni». Neanche l’inchiesta bis resse al vaglio dei processi: dopo gli ergastoli inflitti in primo grado, tutti gli imputati vennero assolti in appello e in Cassazione.
Solo nei confronti di Freda e Ventura, che si erano ritrovati in un certo senso imputati per interposta persona e senza potersi in alcun modo difendere, la sentenza della Cassazione pronunciava una sorta di condanna virtuale. «Il giudizio circa la responsabilità di Freda e Ventura - si legge nelle motivazioni - in ordine alla strage di Piazza Fontana non può che essere uno: la risposta è positiva».