Morto Zarqawi Bin Laden ora è più forte

Dal punto di vista occidentale, la morte di Zarqawi è una significativa vittoria perché distrugge il mito secondo cui i capi di Al Qaida sono imprendibili, e probabilmente riduce le capacità operative dell'internazionale del terrore in Irak. Ma paradossalmente dalla morte di Zarqawi trae vantaggio anche Osama Bin Laden. Da morto, Zarqawi sarà celebrato come un grande martire. Da vivo, per Al Qaida era diventato un fattore di disordine e di fastidio. Non solo la decapitazione degli ostaggi e altri atti di brutalità erano giudicati dalla cupola di Al Qaida come esagerati e controproducenti. Ma soprattutto Zarqawi continuava a dire e scrivere, tra l'altro in un libro-intervista di grande successo nei Paesi arabi, che era tempo per la «seconda generazione di Al Qaida» di cui si considerava il capo di prendere in mano i destini dell'organizzazione, riducendo Bin Laden a una sorta di presidente onorario.
Reagendo alle dichiarazioni - e al libro - Bin Laden, dopo vari avvertimenti, due settimane fa aveva colpito il terrorista giordano nominando un irakeno, Abdulhadi al-Iraqi, di cui si sa pochissimo tranne che è un fedelissimo di Osama e che probabilmente non vive in Irak, «comandante generale» delle operazioni militari di Al Qaida. Di fatto al-Iraqi diventava un superiore di Zarqawi, che nel suo libro affermava invece di dipendere direttamente e senza intermediari da Osama Bin Laden. Quest'ultimo inoltre aveva cominciato a far sapere che Al Qaida in Mesopotamia, la filiale irakena dell'organizzazione, non aveva un solo capo ma due, Zarqawi e Wariya Arbili, noto anche come Abdallah al-Shefi. Arbili è un personaggio semi-sconosciuto in Occidente, ma sembra avere un seguito importante in Kurdistan e anche in alcune zone di Bagdad. C'è perfino chi sospetta che creando una rivalità fra Arbili e Zarqawi, Bin Laden abbia consapevolmente firmato la condanna a morte del superterrorista giordano. Secondo fonti dei servizi israeliani sarebbero stati uomini di Arbili (o della criminalità organizzata legata ad Arbili) a fornire ai servizi segreti giordani le informazioni che, trasmesse agli americani, hanno portato alla sua uccisione.
Zarqawi dava fastidio alla cupola di Al Qaida non solo per la sua brutalità e le sue ambizioni smodate ma anche per una ragione dottrinale. Allevato in Palestina e in Arabia Saudita da dottori della legge sauditi che sostengono un'interpretazione dell'ideologia wahhabita ormai vecchia e minoritaria nello stesso Paese dei Saud (dove il nuovo re ha persino invitato alcuni sciiti a fare parte del Parlamento), Zarqawi insisteva sul fatto che gli sciiti non sono veri musulmani ma eretici che non meritano misericordia. Se questo è servito a creare disordine fra sciiti e sunniti in Irak, ha ostacolato i piani globali di Bin Laden per un'alleanza fra Al Qaida e l'Iran sciita di Ahmadinejad. Per il successo di questi piani la morte di Zarqawi è una vera benedizione: di qui il sospetto che Bin Laden, mentre ufficialmente piange il martire, non sia stato del tutto estraneo alla sua eliminazione. La vicenda conferma pure che Bin Laden è vivo, vegeto e per nulla intenzionato ad abbandonare la direzione di Al Qaida. E che preferisce continuare a operare attraverso cellule relativamente piccole in contatto diretto con la cupola (come quella sgominata a Toronto che intendeva uccidere il primo ministro canadese) piuttosto che nominare delfini o potenziali successori come Zarqawi che rischiano prima o poi di cercare di prendere il suo posto.