Morto Zaslavsky, svelò le menzogne del comunismo

A nche se da decenni nel nostro Paese, Victor Zaslavsky non aveva però chiesto la cittadinanza italiana. Era russo e nato a San Pietroburgo, all’epoca Leningrado, il 26 settembre 1937, si era si era laureato lì in storia presso l’Università Statale. Diventato docente, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso quasi contemporaneamente ad Aleksandr Solzenicyn nel quadro del «giro di vite» che ebbe al centro la scoperta del manoscritto di Arcipelago Gulag. Più che un’esplicita opposizione insospettiva la sua mancanza di zelante subordinazione. Ebbe a ricordare lui stesso: «Non avevo fatto niente di particolarmente eclatante per essere espulso. Non ero un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa». Da allora la «patria del socialismo» non poteva essere la sua vera patria, ma non aveva accettato altra cittadinanza. Ed il tema delle nazionalità è stato appunto centrale nella sua analisi degli elementi critici in seno all'impero sovietico prima e dopo la caduta del Muro. In esilio è stato accolto nelle università di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di «russo naturalizzato canadese», ma la sua seconda patria è stata l'Italia dove già da metà degli anni ’70 collaborava a diverse riviste tra cui «Mondoperaio» che era all’epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell’egemonia gramsciana. In Italia dopo aver insegnato nelle Università di Venezia e Firenze è stato in questi ultimi anni docente alla Luiss-Guido Carli di Roma.
Il suo nome balzò alla ribalta infrangendo la frontiera degli esperti e degli studiosi, quando insieme alla moglie, Elena Aga-Rossi, trasse fuori dagli archivi dell’ex Urss la documentazione che dimostrava come la famosa «svolta di Salerno» (la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio) fino ad allora sventolata come la prova dell’autonomia di Togliatti dall’Urss fosse stata ideata da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani. Fu l’origine del saggio Togliatti e Stalin (1997) in cui Zaslavsky e Aga-Rossi ricostruirono sulla base della documentazione inedita la realtà del comunismo italiano.
Questa è solo la punta dell'iceberg di una produzione vasta e importante da Il consenso organizzato (1981) e L’emigrazione ebraica e la fuga della nazionalità in Urss (1985) a Il massacro di Katyn (1998) e Storia del sistema sovietico (2001). Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell’abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto in Italia. Senza vincolarsi in modo schematico e ripetitivo alla categoria del totalitarismo ha indagato il carattere specifico della realtà sovietica da Lenin a Gorbaciov in quanto «società militare-industriale». È così che ha messo a fuoco il profilarsi dell’implosione proprio nella sottovalutazione da parte di Gorbaciov del fattore nazionalistico.
Zaslavsky ha svolto un lavoro fondamentale sulla storia del nostro Paese, anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi e di cui è testimonianza preziosa Lo stalinismo e la sinistra italiana dove ricostruisce il «doppio stato» che caratterizzò il Pci dai finanziamenti sovietici all’apparato paramilitare clandestino.