Un mosaico fatto di telefoni barbe finte e un cadavere

Enrico Lagattolla

da Milano

Intercettazioni, pedinamenti, funzionari del Sismi e 007 privati, giornalisti «amici» e cronisti schedati come «nemici», scontri tra gruppi editoriali, il suicidio di un esperto di sicurezza, e una «centrale di spionaggio» a cui avrebbero attinto apparati dello Stato e aziende private. Tutte le piste si intersecano in un episodio, il rapimento dell’Imam Abu Omar e un’azienda: Telecom.
Il sequestro. Abu Omar, l’ex imam della moschea di viale Jenner, sparisce nel nulla il 17 febbraio 2003. A rapirlo è un commando della Cia. Extraordinary rendition, è il termine con cui viene indicata la prassi delle catture all’estero da parte dei servizi segreti americani.
Le intercettazioni. La Procura di Milano chiede a Telecom di identificare le utenze telefoniche attive il giorno del sequestro nel luogo in cui Abu Omar scompare. Telecom, però, è al centro di un’altra indagine. Giuliano Tavaroli, responsabile della sicurezza dell’azienda, è sotto inchiesta dal maggio 2005 per violazione di segreti giudiziari. Con lui anche Emanuele Cipriani, titolare dell’agenzia di investigazione «Polis D’Istinto».
Gli arresti. La Procura chiede l’estradizione per 26 agenti della Cia, ritenuti responsabili del sequestro di Abu Omar e coinvolge anche i servizi italiani. Arrestato Marco Mancini (numero due del Sismi, nonché amico di Tavaroli) e Gustavo Pignero (già direttore della I divisione del controspionaggio) per concorso in sequestro. Pio Pompa, altro funzionario dei servizi segreti, finisce sotto inchiesta per favoreggiamento. Indagato anche il capo del Sismi, Nicolò Pollari.
L’archivio segreto. In via Nazionale a Roma, nella casa-ufficio di Pio Pompa, gli inquirenti scoprono una «centrale di disinformazione». Sono raccolti dossier riservati, informative su magistrati, politici e giornalisti. Una particolare attenzione viene riservata al gruppo Pirelli-Telecom.
La morte. Negli stessi uffici di Tavaroli lavora anche Adamo Bove, capo della sicurezza Telecom. Bove muore il 21 luglio gettandosi da un cavalcavia. La Procura di Napoli apre un’indagine per istigazione al suicidio.
Lo scontro. Il fronte si apre tra Marco Tronchetti Provera e Carlo de Benedetti. Il primo accusa «editori senza scrupoli» per la morte di Bove. De Benedetti, ieri, decide di querelare il presidente di Telecom per diffamazione. Sullo sfondo si intravede una guerra per il riassetto del sistema dei media italiani.