Un mosaico di minoranze in guerra contro i militari

Le etnie riconosciute sono più di 100. Dagli anni '60 una quarantina le rivole contro il governo centrale

Una fetta di formaggio di cui è rimasta solo la crosta. Ecco a cosa somigliava fino a due anni fa la mappa della Birmania con le zone vietate agli stranieri. Solo che la crosta era più grande del cuore. Dal golfo del Bengala alle montagne indiane, dal confine cinese di Ruili alle foreste del Triangolo d'oro, giù giù fino alla stretta linea di costa che confina con la Thailandia, tutte le regioni di frontiera del Myanmar erano off limits a qualsiasi straniero. Anche tutta la zona intorno a Mogok, che si trova in un'area abitata da diverse minoranze etniche, era assolutamente vietata e non certo per isolare le miniere di pietre preziose. Un bando tolto a fine 2013, ma che in questi ultimi mesi, lo scrive il sito del ministero del Turismo birmano, è stato rimesso. Del resto fino a due anni fa era necessario un permesso anche per andare nella nuova surreale capitale, Naypyidaw.

Ora, come si dice in questi casi, la situazione è fluida. Anche se a oggi la maggioranza dei divieti sono stati eliminati, la mappa della Birmania presenta ancora numerose aree vietate agli stranieri. In alcune località si può arrivare solo in aereo, in altre è permesso muoversi soltanto lungo la strada principale: vietato inoltrarsi nelle montagne, impossibile uscire dalle città. È proprio nella montagne che si concentrano le circa 25 milizie locali che dagli anni Sessanta combattono il governo centrale birmano e si sono sostenute principalmente con il traffico di droga.

Shan, Chin, Wa, Karen, Karenni, Palaung: in momenti diversi una quarantina delle 135 minoranze riconosciute che compongono il mosaico etnico del Paese hanno imbracciato le armi contro il Tatmadow. Dopo il colpo di Stato del 1962 del generale Ne Win, l'esercito è accusato di fare gli interessi dei soli Bamah, l'etnia principale (circa il 60% della popolazione) tra i 60 milioni di birmani. Negli anni alcune di queste milizie hanno firmato dei cessate il fuoco, altre portano avanti un perenne conflitto a bassa intensità che periodicamente s'infiamma. L'esplicito riconoscimento con la Costituzione approvata nel 2010 di «sette Stati» etnici ha rappresentato un primo passo verso un'idea federale di Myanmar che i generali avevano sempre avversato. Oltre ai sette Stati maggiori sono state riconosciute anche sei enclave con diversi gradi di autogoverno. Ma la situazione che sembrava destinata a migliorare con la fine del governo militare, ultimamente si è deteriorata.

Negli ultimi tre mesi si sono registrati combattimenti nella zona di Kokang, nella regione dello Shan, al confine con la Cina. E quasi 50mila persone sono scappate oltre frontiera, nella provincia cinese dello Yunnan. Da oltre un anno sono in corso combattimenti anche nella zona abitata dai Kachin, nell'estremo nord del Paese, dove l'esercito centrale controlla solo il capoluogo Myitkyina.

Dopo anni di relativa calma scontri si sono registrati anche nella parte abitata dai Palaung. Mentre per ora regge il cessate il fuoco con i Karen, la più numerosa minoranza del Paese (circa 7 milioni di persone), che vivono lungo in confine sud-est con la Thailandia.

Ci sono poi aree totalmente sotto il controllo delle milizie etniche: è il caso della zona abitata dai Wa, nel nord dello Shan. Un'etnia di origine cinese che occupa una regione di impervie montagne e si è autoproclamata indipendente. Il governo è sotto il controllo dello United Wa State Army, una milizia di quasi 30mila soldati che si finanzia con la coltivazione dell'oppio e di altre droghe pesanti. Inutile dire che la zone è vietata agli stranieri. Del resto neanche i soldati birmani possono entrarci.