Mosca, un altro giornalista ucciso

Il corpo del giornalista del <em>Primo Canale Tv</em> Ilyas
Shurpayev, 32 anni, è stato rinvenuto nel suo appartamento nella capitale russa, strangolato con una cintura. Sono già più di dodici i giornalisti uccisi dal 2000

Mosca - È giallo sull’ennesima morte di un giornalista russo, ucciso ieri nella sua abitazione di Mosca, poi data alle fiamme dagli assassini. Il cadavere di Ilia Shurpaiev, 33 anni, originario del Daghestan e inviato del primo canale televisivo per il Caucaso russo, è stato trovato nella camera da letto, con ferite da taglio e una cintura attorno al collo. Secondo i dati preliminari dei patologi, sarebbe morto per strangolamento.

La posizione sul Caucaso Shurpaiev non si considerava affatto un dissidente: ma il suo nome era apparso su un quotidiano daghestano, Il tempo attuale, come uno dei cronisti che "discreditavano" la piccola repubblica autonoma del Caucaso del nord. Stando alla testimonianza della portiera dello stabile, avrebbe fatto aprire egli stesso la porta ai probabili assassini, due caucasici che aveva presentato come amici. Stando agli investigatori, la morte potrebbe essere legata a motivi personali, ma la pista dell’attività professionale non è affatto esclusa.

L'ultimo commento sul blog Il giornalista aveva lavorato molto nei teatri più caldi del paese e del Caucaso ex sovietico, dalla Cecenia al Daghestan, dall’Inguscezia alle repubbliche georgiane secessioniste di Ossezia del sud e Abkhazia. Teneva un blog su internet dove poche ore prima della morte aveva commentato la decisione di "Il tempo attuale" di includerlo in una lista nera: "Così ora sarei un dissidente? Che stupidaggine! Non ho mai fatto politica in Daghestan, neanche a livello di piccoli enti locali, perchè sono troppo pigro e non ho mai tempo".

L'ennesima morte La morte di Shurpaiev si inserisce in una lunga lista di giornalisti uccisi nella Russia post-sovietica col sistema degli omicidi su commissione. Fra i casi più eclatanti, va ricordato negli anni Novanta il molto noto opinionista televisivo Vladislav Listiev, ucciso nel 1995 a colpi di pistola davanti alla sua abitazione: una morte che ai tempi di Boris Ieltsin aveva fatto un enorme scandalo e che la stampa riteneva legata alle guerre fra oligarchi per il controllo del promettente settore della pubblicità in tv. L’anno prima, era stato ucciso con un pacco esplosivo Dmitri Kholodov, un giovane cronista che stava svolgendo una inchiesta su un traffico di armi che coinvolgeva pezzi grossi del ministero della difesa.

Lo stillicidio nell'era di Putin Nell’era di Vladimir Putin, lo stillicidio è continuato: Paul Khlebnikov, direttore dell’edizione russa della rivista Forbes, è stato ucciso nel luglio del 2004 mentre usciva dalla sua redazione. Era un reporter scomodo per molti: per l’ex oligarca Boris Berezovski, da lui denunciato in un libro, per il potere del Cremlino e la sua deriva autoritaria, per la guerriglia cecena, messa alla berlina con un altro testo, Conversazioni con un barbaro. L’uccisione che più ha fatto scalpore in Occidente è comunque quella di Anna Politkovskaia, nell’ottobre del 2006: le sue denunce degli abusi russi in Cecenia e i suoi legami con le organizzazioni per i diritti umani ne avevano fatta una cronista simbolo della lotta al potere costituito. Ed è del marzo del 2007 il misterioso "suicidio" colpì Ivan Safronov, esperto militare del quotidiano Kommersant e colonnello in congedo. Stava indagando su un presunto traffico di armi con la Siria, secondo alcune fonti. Si sarebbe gettato dal pianerottolo della sua abitazione con in mano una busta di mandarini che aveva appena acquistato al mercato.