Mosca cede: oggi inizia il ritiro dalla Georgia

«Promesse dovute... tracciate e poi dimenticate» potrebbe essere il verso di un canzone. Forse lo è. Di certo l’immagine ben definisce il tam tam di proclami, annunci e minacce che si affollano in questi giorni sul Caucaso. Anche se dietro non c’è davvero nulla di poetico. Così ieri hanno suscitato pochi entusiasmi le dichiarazioni del presidente russo Dmitry Medvedev, che in un inconsueto tono rassicurante ha garantito all’omologo francese che le forze di Mosca «inizieranno il ritiro domani (oggi per chi legge, ndr) intorno a mezzogiorno». Magari in questo momento i carri armati russi staranno lasciando il territorio georgiano. Magari stanno facendo lo stesso anche le truppe di Tbilisi, come prevede l’accordo di pace firmato da entrambe le parti. Nulla però esclude che la miccia possa accendersi di nuovo. Se partiranno gli oltre 15mila uomini che - stando alle stime - formano l’esercito russo sul posto, i peacekeeper resteranno saldi, e anzi verranno rafforzati, nelle due regioni separatiste di Ossezia del sud e Abkhazia. Lo ha ben specificato il presidente Medvedev: rispettiamo semplicemente gli accordi del 1999. Peccato che il leader georgiano Mikhail Saakashvili continui a non riconoscere le forze russe come «forze di pace».
Gli Stati Uniti guidano la schiera degli ultrascettici. A ricordarlo al mondo ci ha pensato il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, la quale ha denunciato che la reputazione della Russia è ormai «a brandelli». Fa la voce grossa per la prima volta anche Nicolas Sarkozy dato che il piano in sei punti - da lui proposto in veste di presidente di turno Ue - ancora non dà frutti. Il capo dell’Eliseo ha avvertito Medvedev delle gravi conseguenze per i rapporti tra Mosca e la Ue di una «non applicazione completa e rapida» dell'accordo. In un articolo sul Figaro di oggi ribadisce inoltre la richiesta di un «ritiro senza ritardi e non negoziabile delle truppe russe entrate in Georgia». E non esclude la convocazione di un Consiglio europeo straordinario.
Ma al «due pesi, due misure» la Russia non ci sta. Medvedev chiede così che la leadership georgiana da parte sua si attenga in modo rigido a quanto previsto dall'accordo di cessate il fuoco. E nell’ormai consueto botta e risposta, i georgiani contrattaccano immancabilmente: di ritirarsi i russi non hanno alcuna intenzione, stanno semplicemente ridispiegando le loro truppe in altre aree. Testimoni hanno notato una diminuzione del numero dei russi ai posti di blocco intorno a Gori. Ieri non vi è stato segno di combattimenti. Le forze di Mosca continuano a gestire un checkpoint a Gori, nonostante una presenza ridimensionata. Il generale Vyacheslav Borisov - che ha il comando nella zona, a 30 chilometri dall'Ossezia del sud - dice che le truppe sono già in movimento.
Ha fatto subito gridare le autorità georgiane all’«escamotage», la notizia diffusa dal ministero russo della Difesa che a Gori un gruppo armato composto da georgiani, nazionalisti ucraini e terroristi ceceni travestiti da militari russi, si appresta a compiere violenze per addossarne la responsabilità a Mosca. Accusa smentita da Tbilisi. Copione ormai trito.
Di positivo c’è che Mosca apre al dialogo con l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Il ministro italiano degli Esteri, Franco Frattini, ha parlato ieri con il collega russo Sergei Lavrov, il quale ha espresso «positivo interesse» per l’annunciato invio di una missione di peacekeeper dell’Osce in Georgia, sottolineando però la «necessità» di definirne «i contorni». Secondo Frattini, l’incremento del numero di osservatori, basato su un’intesa comune, potrebbe apportare un positivo contributo alla piena attuazione delle intese raggiunte. E proprio domani a Vienna i Paesi membri Osce si riuniranno per decidere l’invio di cento osservatori.