Mosca fa le barricate contro il vino italiano

Nervi tesi con la Russia. In vigore nuovi dazi che penalizzano le bottiglie in arrivo dalla Penisola rispetto alle produzioni concorrenti. L'allarme di <span class="subtitle">Vallarino Gancia: &quot;Si colpisce un mercato da 100 milioni di euro&quot;</span>

Il lungo brindisi ai successi del vino tricolore in Russia si interrompe bruscamente: da lunedì scorso le dogane del Paese fissano per l’import del prodotto italiano un valore minimo di 2,12 euro al litro, introducendo una nuova prassi destinata a riflettersi su un incremento dei prezzi al consumo fino al 30%. Una penalizzazione capace di mettere a repentaglio lo sviluppo di un business cresciuto nel 2010 del 64% a quota 104 milioni di euro, «cifra che sarebbe potuta raddoppiare entro un triennio - ha affermato il presidente di Federvini, Lamberto Vallarino Gancia - in assenza di barriere protezionistiche».

In un mercato in cui la produzione interna copre meno della metà della domanda e il vino rappresenta solo il 7% del consumo di bevande alcoliche, gli spazi di crescita appaiono infatti assai ampi. Ma i rischi per l’export italiano sono concreti, tanto più che ai vini francesi e spagnoli la dogana russa applica un valore minimo molto più basso, pari a 1,22 euro al litro. Per Vallarino Gancia, «una sperequazione inspiegabile. Che si sia trattato di un errore o di una precisa volontà discriminatoria lo stabiliremo presto. Si sono già attivati il nostro ambasciatore a Mosca, così come i ministri Saverio Romano e Franco Frattini».

C’è anche chi ipotizza che all’origine vi siano state dichiarazioni doganali infedeli. «Ma non ci sono elementi per accreditare una simile tesi, né, al contrario, che la disparità si basi su valori medi minimi proporzionali al dazio. Comunque sia, punteremo subito a eliminarla».
In assenza di accordi in merito tra Ue e Russia, il provvedimento, che colpisce il segmento base dei vini corrispondente alla fascia più ampia del prodotto esportato, potrebbe diventare un precedente pericoloso, ingenerando la tentazione di estenderlo ai vermouth e agli spumanti. «È un brutto colpo - ha detto l’assessore all’Agricoltura del Veneto, Franco Manzato -: vedremo quali saranno le conseguenze, anche se possiamo contare sull’ottima qualità media dei nostri prodotti».

Già a maggio Federvini lanciava l’allarme contro possibili barriere protezionistiche, a seguito delle modifiche in discussione alla Duma e legate in particolare al rinnovo delle licenze degli importatori, ai certificati sanitari e di circolazione delle merci in Russia nonché alla revisione della normativa sulle etichette. «Ma la notizia di questo dazio - ha osservato il presidente - è giunta del tutto inattesa. A darci fiducia è il trend consolidato del nostro export: saranno gli stessi importatori a esercitare pressioni sul governo russo per superare l’impasse, visto che sono tutti interessati a fare business».

Non solo i russi, ma anche i cinesi e i nordamericani più degli altri, alimentando il volano delle esportazioni di vino in tricolore che oggi, secondo Assoenologi, compiono lo storico sorpasso sulla domanda interna, proprio perché capaci di crescere nel primo trimestre dell’anno del 13,9% in volume e del 14,5 per cento in valore.
I mercati che nell’ultimo anno hanno considerevolmente aumentato la richiesta di prodotto italiano sono quello cinese (+84,7%) e proprio quello russo (+76,6%).