Mosca, la grande malata svaluta ancora il rublo

Tra i tanti Paesi malati di recessione in tutti i Continenti, la Russia attira nuovamente l’attenzione per una nuova svalutazione del rublo, decisa ieri, l’undicesima dall’11 novembre. La Banca centrale di Mosca è nuovamente intervenuta, sulla scia della fuga dei capitali stranieri e del crollo del prezzo del petrolio. Il presidente, Dmitri Medvedev, già nei giorni scorsi aveva parlato di un rublo «più flessibile che in passato, per non creare problemi economici». Dall’inizio dell’anno, la valuta russa ha perso il 14%. Ieri valeva un quarantesimo di euro. La crisi travolge anche il sistema creditizio: le autorità di Mosca hanno revocato la licenza a tre banche che hanno dimostrato «inadeguatezza patrimoniale» o «incapacità a rispettare le leggi federali».
La Russia preoccupa. Ma secondo un report della Banca europea per ricostruzione e sviluppo (la Bers) tutte le economie dell’Europa centro-orientale sono in piena crisi. In Ucraina manca la liquidità, frena il Pil, aumenta il deficit commerciale, e la moneta nazionale, la grivna, in tre mesi ha perso il 50% contro il dollaro. Tremano - secondo la Bers - anche i Paesi Baltici, che in questi anni hanno registrato continue crescite di benessere: la Lettonia ha già ottenuto l’aiuto del Fondo monetario internazionale (7,5 miliardi di euro), in previsione di una contrazione del Pil del 10-13% nei prossimi 12 mesi. Anche Lituania ed Estonia avranno cali di produzione e ricchezza, rispettivamente del 6,3% e del 3,9%.
Timori per la Bulgaria, in attesa di un aiuto tra i 20 e i 40 miliardi di dollari. In crisi Romania e Bulgaria, anche se smentiscono richieste di finanziamenti al Fmi, nonché Polonia e Repubblica ceca, che stanno vistosamente ridimensionando le proprie previsioni di crescita. Questi Paesi soffrono per la frenata dell’automobile, che nei loro territori ha molte basi di produzione e di indotto.
Ma anche dall’altra parte dell’Oceano arrivano notizie poco rassicuranti. I dati diffusi a Washington sui sussidi di disoccupazione e sulle spese dei consumatori sono pessimi: Il rapporto mensile del dipartimento del Commercio indica per novembre una contrazione della spesa dello 0,6%, quando in ottobre era stata dello 0,1%. Il numero dei lavoratori che hanno presentato domanda di indennità di disoccupazione la scorsa settimana è salito di 30mila unità, segnando il record da 26 anni. Nel corso dell’anno quasi due milioni di persone hanno perso il loro posto negli Stati Uniti, portando il tasso di disoccupazione al 6,7%. Nere anche le notizie riguardanti lo shopping natalizio, che ha fatto registrare una frenata del 4%.
La gelata di consumi e regali si fa sentire pesantemente anche in Gran Bretagna, dove ieri le cronache hanno permesso di incrociare due notizie: le folle «oceaniche» che hanno premuto sui saldi, arrivati a sconti del 90%, e la previsione, riportata dall’Independent, di un possibile fallimento per alcune grandi catene al dettaglio. In Gran Bretagna nei giorni scorsi sono già state messe in amministrazione controllata Zaavi (2.000 dipendenti e 125 negozi) e Whittard, che ha 112 anni di storia.
Ieri nel mondo erano aperte varie Borse, soprattutto asiatiche; le principali piazze in attività erano New York e Tokio. Mentre negli Stati Uniti il mercato si è mantenuto cauto (più 0,56% il Dow Jones e più 0,35% il Nasdaq alla fine delle contrattazioni), il Giappone ha registrato un più 1,63%, nonostante notizie ferali dalla produzione industriale, che in novembre ha segnato un crollo-record dell’8,1% rispetto al mese precedente. Un dato che viene motivato con la forte contrazione delle esportazioni dovuta alla crisi economica mondiale. Ieri il petrolio a New York ha registrato un’impennata del 6,7%, portandosi a 37,71 dollari.