Mosca respinge l’appello di Europa e Stati Uniti: "L’attacco è legittimo"

Missione di Nato e Ue nella regione. Putin al quartier generale delle truppe: "A Tbilisi criminali al governo". La Casa Bianca: "Sproporzionato l’uso della forza"

L’Europa occidentale cerca di mediare, la Svezia, la Polonia e i Paesi baltici si schierano veementemente dalla parte della Georgia. Un Bush scuro in volto dai Giochi olimpici di Pechino invita Mosca a porre fine ai combattimenti «che rischiano di mettere in pericolo la pace nella regione».
Tutto inutile. La Russia ritiene di essere dalla parte della ragione ovvero dalla parte dei separatisti dell’Ossezia del Sud, «vittima di un’azione barbarica pianificata da Tbilisi» e respinge ogni appello. Sa che le rimostranze di Washington sono destinate a rimanere senza seguito, perlomeno sul piano militare, a dispetto di quel che spera il presidente georgiano Saakashvili che, secondo voci circolate ieri, sarebbe pronto a chiedere l’appoggio armato della Nato e del Pentagono. Uno scenario inverosimile. E allora è lo stesso presidente russo Medvedev a rispondere picche al capo della Casa Bianca. «Non siamo noi gli aggressori», gli dice al telefono. «E non ci sarà pace fino a quando la Georgia non ritirerà le proprie truppe».
Ancor più chiaro è il premier Putin, che sbarca nell’altra Ossezia, quella del Nord, in territorio russo. Da qui partono le truppe che vanno a combattere oltre il confine. Il quartier generale è a Vladikavkaz, a pochi chilometri da Beslan, il paesino che il mondo ricorda per la strage di bambini del 2004, nella scuola numero uno sequestrata da un commando di terroristi ceceni. E in mezzo alle truppe russe il primo ministro denuncia «le avventure sanguinarie di Tbilisi». Un Putin che per qualche ora pare di nuovo il Presidente: sicuro di sé, verbalmente aggressivo. Come ai vecchi tempi. La linea in queste ore la dà lui.
Davanti alle telecamere si lascia andare e chiarisce così le intenzioni del suo governo. Afferma di non aver nulla contro il popolo georgiano, «fratello», che «in futuro si renderà conto del comportamento criminale della sua dirigenza». L’obiettivo è dichiarato: Mosca vuole approfittare della crisi per indebolire e magari togliere di mezzo il presidente Saakashvili, l’«americano» Saakashvili. Putin ne approfitta per lanciare un avvertimento ai Paesi del Patto atlantico. «È evidente che l’aspirazione della dirigenza georgiana di entrare nella Nato non è dettata dal desiderio di far parte del sistema di sicurezza internazionale globale - afferma - ma da un obiettivo totalmente diverso, il tentativo di associare altri Paesi e popoli alle sue avventure sanguinarie». Come dire: Saakashvili è un pazzo e rischia di trascinare l’Occidente verso il baratro.
Bush incassa e a tarda sera un funzionario rilancia definendo «sproporzionata» la risposta russa. La Casa Bianca punta sulla diplomazia, annunciando una missione congiunta fra Stati Uniti, Unione europea e Nato. Prima tappa Tbilisi, dove i mediatori sono giunti ieri. Ma pochi sembrano credere che possa avere successo. L’Europa prepara una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri, ma già si spacca. La Francia, presidente di turno della Ue, chiede a Mosca di accettare il cessate il fuoco offerto dalla Georgia; gli altri grandi Paesi seguono gli sviluppi con cautela; altri invece invocano misure radicali contro Mosca. Il ministro svedese degli Esteri, Carl Bildt, evoca addirittura Hitler ricordando come «cinquant’anni fa il leader nazista abbia usato metodi analoghi per fiaccare aree considerevoli dell’Europa centrale». Stoccolma non ha dubbi: le giustificazioni russe sono risibili, si «tratta di un’aggressione contro un altro Paese, incompatibile con il diritto internazionale».
Tra i Paesi dell’ex cortina di ferro l’allarme è altissimo. Le immagini dei tank russi che invadono un Paese straniero evoca gli spettri del passato sovietico. I Baltici e la Polonia emettono un comunicato congiunto in cui invitano «la Ue e la Nato a opporsi alla propagazione della politica imperialista e revisionista nell’est Europa». Parole analoghe riecheggiano in Ucraina, in Moldavia, in Azerbaigian, Paesi amici dell’Occidente e a cui Mosca ora fa davvero paura.