Mosca riapre i rubinetti del gas ma la crisi con Kiev continua

Il Cremlino alza ancora il prezzo e la situazione potrebbe precipitare di nuovo. L’Ucraina chiede aiuto alla Ue che oggi riunisce gli esperti

da Milano

La Russia placa l’ansia dell’Europa, ma non allenta la presa sull’Ucraina. Anzi. La crisi del gas continua e potrebbe precipitare di nuovo nelle prossime ore.
Partiamo dalle notizie positive di ieri. Gazprom ha mantenuto la promessa, aumentando di 95 milioni di metri cubi il flusso destinato all’Europa. Anche gli ucraini sono stati di parola e non hanno effettuato altri prelievi abusivi. Risultato: in tutti i Paesi della Ue, Italia inclusa, i rifornimenti sono tornati alla normalità. Anche la diplomazia si è rimessa in moto, su due fronti: a Mosca ieri sera sono riprese le trattative tra la Gazprom e l’ucraina Naftogaz; a Bruxelles oggi si riuniscono gli esperti europei di questioni energetiche per valutare la situazione. La Commissione europea ha abbandonato i toni allarmati e per la prima volta si è dichiarata «cautamente ottimista».
Ma basta poco per accorgersi che la schiarita è solo apparente. Mosca e Kiev trattano, certo, ma senza alcuna volontà di raggiungere un compromesso. A dare il tono è il Cremlino. Il ministro dell’Energia, Viktor Khristenko, nel pomeriggio annuncia che il prezzo del metano in solo tre giorni è aumentato. Se fino al 31 dicembre Mosca chiedeva agli ucraini 220-230 dollari per mille metri cubi di metano, ora ne pretende 249,5. Non un centesimo di meno. Poco dopo è la volta della direzione di Gazprom. «Abbiamo fatto fin troppi passi per incontrare Kiev a mezza strada e non intendiamo andare oltre - dichiara un portavoce del colosso energetico -. I nostri colleghi ucraini capiscono che dovremmo lavorare insieme». Insomma o l’accordo si fa alle loro condizioni o Yushenko resta a secco.
Ma l’Ucraina i fondi per pagare il conto non li ha. Non li aveva quando la tariffa era di 220 dollari, figuriamoci ora che sfiora i 250. Kiev allora rilancia e anziché cedere al diktat russo, corre nella direzione opposta, verso quell’Occidente diventato amico dopo la «rivoluzione arancione». E non da sola, ma con un’altra delle Repubbliche che negli ultimi tempi è uscita dall’orbita russa, la piccola Moldavia. Il presidente ucraino Viktor Yushenko e l’omologo di Kishinau Vladimir Voronin lanciano un pressante appello alla Ue perché li aiuti nei negoziati con Mosca. Chiedono una moratoria sui prezzi del gas e invitano gli esperti europei a partecipare al negoziato. Puntano, insomma, a internazionalizzare la crisi.
Anche Mosca si appella all’Unione europea, ma con tutt’altro spirito. Il ministro Khristenko rivela di aver inviato a Bruxelles una nota in cui denuncia senza mezzi termini «il ladrocinio ucraino», che ammonterebbe già a 222 milioni di metri cubi di metano. «La Russia non può più tollerare, come accadeva negli anni '90, nel pieno dell'anarchia post-sovietica, tali ruberie. Bisogna portare la questione davanti ai giudici. Ma ancor più di Gazprom, lo dovrebbero fare i consumatori europei e i nostri partner commerciali», sottolinea il ministro dell’Energia, che invita gli «amici europei» a trovare nuove soluzioni per il futuro. Ad esempio «zone extraterritoriali» oppure «partner affidabili per il transito del gas». Come dire: l’Ucraina vi sta danneggiando ed è ora di tagliarla fuori dalle grandi rotte dei gasdotti.
Una prospettiva inaccettabile per il governo di Kiev, che teme il tracollo della propria economia. Se i rifornimenti di gas russo non torneranno a regime, il prodotto interno loro nel 2006 potrebbe diminuire del 5 per cento e l’inflazione salire del 27-30 per cento, secondo le stime di Anatoly Kinakh, segretario del Consiglio della sicurezza e della difesa nazionale. A risentirne sarebbero soprattutto i dipartimenti industriali del sud e dell’est, dove molte aziende sarebbero costrette a fermarsi, licenziando migliaia di lavoratori, soprattutto nella chimica e nell’acciaio.