«La Mosca è una storia d’amore, non un horror»

«Mi oppongo a una visione standardizzata della società, solo in questo senso i miei film sono politici»

Sergio Altieri

da Los Angeles

Profeta dell'Apocalisse e scrutatore del lato oscuro, maestro dell'arte della deformità ed entomologo dall'abisso dentro ognuno di noi, da oltre un quarto di secolo David Cronenberg è la quintessenza del cult-director. Canadese doc più volte corteggiato da Hollywood, Cronenberg rifiuta di voltare le spalle alla coerenza, sia verso se stesso che verso la sua personalissima visione della natura umana, un paesaggio tanto oscuro quanto contro corrente. Dall'inesorabile Rabid al raggelante Brood (Covata malefica), dal classico The Fly (La mosca) all'inquietante Dead Ringers (Inseparabili), dallo spietato Crash al corrosivo A history of violence, ben pochi registi sono riusciti a mantenere la chiarezza di tematiche e la precisione sociale di David Cronenberg. Nel corpus della sua cinematografia, che continua a spaziare tra aspri generi narrativi e pericolosi luoghi della mente, tra sentimenti volutamente sepolti e terrori alla luce del sole, permane un unico fulcro: una trasgressione mai fittizia, mai artefatta ma sempre, rigorosamente cartesiana.
Fox Home Entertainment ripropone La mosca nella nuova, completa offerta dvd della serie «Pietre miliari». David Cronenberg ha accettato di parlare con noi del film e di molto, molto di più.
Cronenberg, The Fly vent'anni dopo, 1986-2006, qual è il tuo commento?
«Generalmente, non guardo indietro ai miei film. Quando lo faccio, come in questo caso, preferisco analizzare, piuttosto che commentare».
La tua analisi?
«Io stesso rimango colpito dalla forza emotiva che ancora pervade The Fly. Continuo a non vederlo come un film dell'orrore dominato da effetti speciali per quell'epoca di grande impatto, ma come la storia di un triangolo amoroso impossibile».
Quale, secondo te, la scena chiave?
«L'abbraccio tra Roni (Geena Davis) e Seth (Jeff Goldblum), il quale è già in fase avanzata di trasformazione verso la creatura mostruosa che diverrà alla fine. Un evento di estrema semplicità, quell'abbraccio, ma che comunque supera e domina ogni altro aspetto tecnico e narrativo del film».
Rimaniamo sulla mostruosità - The Fly, The Brood - e sul contagio - Rabid, Crash. Non sono temi chiave del tuo lavoro?
«Ritengo che si possa vedere il mio lavoro anche sotto quelle angolazioni, apprezzabili ma comunque astratte. Per contro, dirigendo i miei attori, ho sempre evitato di dare loro concetti astratti. Gli attori sono esseri umani, di conseguenza devono rapportarsi ai personaggi che interpretano in modo umano. Parlare di rapporto con la mostruosità e con il contagio è qualcosa che accade a posteriori, e comunque non da parte mia. È un'interpretazione che lascio alla critica e allo spettatore».
In Videodrome introduci per la prima volta il concetto della biomacchina. In eXistenZ spingi quel concetto alle estreme conseguenze. Esiste un filo diretto tra un film e l'altro?
«Esistono fili diretti tra tutti i miei film. Al tempo stesso, ogni film è diverso dall'altro e ogni film è un'esperienza a se stante che, come ho già detto, tendo a non riesaminare».
Come collochi Dead Ringers (Inseparabili) e M. Butterfly, entrambi con Jeremy Irons protagonista, nella tua filmografia?
«Il denominatore comune è la trasformazione. Personaggi che si ritrovano spinti a trasformare loro stessi e a trasfigurare le loro controparti. In sostanza, personaggi che tendendo a creare una loro realtà, la quale può risultare anche mostruosa o contaminata».
Sociologia e politica, due temi primari in Crash e A history of violence. Sei d'accordo?
«Lo sono se per sociologia e politica intendiamo analisi non allineate con un certo stato di cose o una certa situazione. In questo senso, se il mio lavoro è visto come qualcosa che rifiuta lo status quo e si oppone a una visione standardizzata della società, allora ognuno dei miei film può considerarsi politico. Nel caso di A history of violence, la connotazione politica emerge dal problema della diffusione delle armi da fuoco e dalla paura generalizzata che pervade la società americana».
La quale è una società violenta. Rappresentata, in A history of violence, da personaggi intrinsecamente violenti.
«Con un’importante precisazione. Nel realizzare il film, mi chiesi da dove viene la violenza dei personaggi. Risposta: dalle strade di Philadelphia. Quindi mi chiesi se nei personaggi esiste un qualche compiacimento nella violenza. Risposta: assolutamente nessuno. Per loro la violenza non è altro che uno strumento di lavoro criminale. Nessuna esagerazione, nessun sadismo. Per questo la violenza nel film è molto rapida e molto realistica. Nessun ralenti o altro artifizio. La professione di questa gente è il crimine. La loro violenza è solo un ferro del mestiere».
Passando dalla violenza alla controversia: la polemica circonda ancora la tua decisione quale presidente della giuria del Festival di Cannes del 1999.
«Rosetta, il film indipendente dei Fratelli Dardenne che nel 1999 premiammo con la Palma d'oro, fu l'ultimo film presentato in concorso. Molti critici non l'avevano nemmeno visto. Furono quindi tutti colti di sorpresa quando lo indicammo come vincitore. Sono polemiche sterili. I Fratelli Dardenne vinsero di nuovo, proprio l'anno scorso e proprio contro A history of violence. Nel 1999 guardammo al film e basta. Niente implicazioni politiche, niente pressioni di mercato. Fu una decisione tanto rapida quanto unanime».
Rimaniamo su A history of violence. Speranze per l'Oscar?
«Due nomination: miglior Adattamento di sceneggiatura, miglior Attore non protagonista. Vedremo».
In Italia si è parlato di una tua regia per Io uccido, tratto dal romanzo di Giorgio Faletti.
«Aurelio de Laurentiis ha i diritti di Io uccido. Mi mostrò una sceneggiatura. Dopo averla letta, rifiutai il progetto».
Qualcuno dava per certo il tuo coinvolgimento.
«Quel qualcuno sbagliava».
Qualcun altro ora sostiene che il tuo prossimo film sarà un thriller sul lato oscuro intitolato Eastern promises, di produzione inglese.
«Eastern promises è in campo, ma molto resta ancora da definire: sceneggiatura, cast, produzione. Nulla di certo».
Qualcosa di più certo?
«Map of the stars, un'ottima sceneggiatura di Bruce Wagner, appare come un progetto in forma migliore. Map of the stars si riferisce a quella carte stradali da pochi soldi con la posizione delle ville dei Vip di Hollywood».
Un film sull'industria del cinema, quindi?
«Un film sulle personalità che vagolano nell'industria del cinema. Forse».